Contempladores

La Piena Vita Cristiana

Parte Seconda: Fondamenti Della Vita Cristiana.

Capitolo 5: La Santità Nella Terra.

Introduzione.

Parte Prima: L'origine della Vita Cristiana. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 1: Il proposito di Dio per l'uomo.
   Capitolo 2: Il Compimento del proposito di Dio.
   Capitolo 3: Dio non abbandona l'uomo: L'Antico Testamento.
   Capitolo 4: La Salvezza per Gesù Cristo.

Parte Seconda: Fondamenti della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Redenzione Oggettiva e Soggettiva.
   Capitolo 2: Gli effetti della Grazia Santificante.
   Capitolo 3: L'Azione della Ragione nell'uomo.
   Capitolo 4: L'Azione della Grazia nell'uomo.
   Capitolo 5: La Santità nella terra.
   Capitolo 6: La Gloria nel Cielo. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 7: I Fenomeni Mistici straordinari. Nuovo - Traduzione Completa

Parte Terza: I mezzi di crescita della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: L'Aspetto Negativo della Crescita Spirituale.
   Capitolo 2: La crescita per i Sacramenti cristiani. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 3: La crescita per il Merito e l'Orazione.
   Capitolo 4: La parte della Vergine Maria nella santificazione degli uomini.
   Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 5: La devozione al Sacro Cuore di Gesù come mezzo di santificazione.
   Nuovo - Traduzione Completa

Parte Cuarta: Lo svilluppo della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Vita spirituale al Modo Umano.
   Capitolo 2: La Vita spirituale al Modo Divino.

Concetto della santità.

La parola "santità" in ebraico significa ciò che è separato, che è ben lontano da tutto quello terrenale, ossia, che è in una dimensione trascendente; è santo, per esempio, qualsiasi luogo in cui si manifesta il divino.

Nella rivelazione di Dio attraverso la Bibbia, la santità è attribuita in primo luogo a Dio, che è il "santo" per eccellenza:

"Esaltate il Signore nostro Dio, prostratevi allo sgabello dei suoi piedi, perché è santo." (179) "Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo." (180) "Non c'è santo come il Signore, non c'è rocca come il nostro Dio." (181)

Il Signore è il Dio tre volte santo, la cui gloria risplende sulla terra e davanti la cui maestà si prostra tutta la creazione:
"Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: "Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria"." (182)

Quando la Scrittura qualifica come santo a Dio, sta affermando la sua differenziazione rispetto a tutto quello creato, la sua distinzione da tutto ciò che comporta il peccato, l'impurezza o l'imperfezione. Risulta evidente che la santità è qualcosa di soprannaturale, al di là delle capacità umane, ma Dio è in grado di comunicarla, di trasmetterla alla realtà in cui egli si fa presente.
Così la Bibbia chiama santo il tempio in cui la gloria di Dio abita (183), o il giorno di riposo (sabato), che è dedicato al Signore (184) e anche al popolo di Israele, come una comunità che Dio ha scelto e separato dall'altri popoli, per manifestarsi in essa, e, mediante lei, al mondo (185).

La rivelazione del Nuovo Testamento applica la parola santo per eccellenza a Gesù Cristo (186), come il recettore della santità di Dio riversata in lui. Questa santità sarà estesa partendo da Gesù Cristo, come Capo del Corpo Mistico, a tutti coloro che fanno parte di questo Corpo, che è la Chiesa. Questo è il motivo per cui San Paolo parla di coloro che sono "santificati in Cristo": "a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro." (187)

Pertanto si può definire in generale la santità cristiana come una partecipazione alla santità di Dio. Tale partecipazione viene da Dio, come un dono personale. Partecipando nella santità di Dio, l'uomo comincia a diventare "come Dio", tornando in realtà "l'immagine e somiglianza" con Dio con la quale è stato creato.

Ci chiediamo ora: quando un uomo è un santo? La risposta è molto chiara: fin da quando partecipa alla vita di Dio, che comprende la sua santità, e che è ricevuta dagli uomini. Abbiamo visto nei capitoli precedenti che la partecipazione nella vita divina si inizia con il battesimo, o mettendolo in un altro modo, con la ricezione della grazia santificante.

Questo termine esprime molto bene il senso della santità: mediante un dono di Dio (la grazia), l'uomo può partecipare alla santità di Dio (santificandosi). Quindi affermiamo che tutti i battezzati, tutte le persone che si trovano in stato di grazia, sono santi. Questa concezione si trova nel Nuovo Testamento, dove i cristiani sono chiamati i santi (188). Essere santo implica sapersi eletto o chiamato per Dio, che apparta al cristiano dalla sua vita anteriore, per vivere una nuova vita.

Molti saranno sorpresi se sentono affermare che per l fatto di essere battezzati sono santi, perché questo contrasta nella realtà con il concetto dei santi canonizzati dalla Chiesa, con vite molto diverse a quella del comune dei cristiani. Il problema che troviamo qui è molto semplice, ed è dovuto al fatto che la santità è una nozione dinamica, già che per essere proprio una vita nuova, soprannaturale, ricevuta come dono da Dio, possiede una evoluzione, una crescita nel corso del tempo, e può anche essere persa.
Pertanto, quando parliamo di santità, dobbiamo fare riferimento non solo alla sua essenza, ma anche alla sua dinamica, che ci porterà a riconoscere diversi gradi di santità, a seconda del loro sviluppo maggiore o minore.

Quello che accade è che generalmente si riserva il termine santità, nell'uso corrente, per fare riferimento ai gradi eminenti, più sviluppati, più perfetti nella santità degli uomini. In tutta la storia del cristianesimo è stata definita in diversi modi questa santità avanzata, facendo riferimento, ad esempio, alla piena esperienza della inabitazione della Trinità nell'anima, alla conformità e piena accettazione della volontà di Dio al di sopra di quella dell'uomo, o nella perfetta configurazione con Gesù Cristo, Dio fatto uomo.

Senza dubbio tutti questi aspetti sono validi nella santità, ma prenderemo le definizioni che ci dà il Concilio Vaticano II sulla santità, perché corrispondono alle definizioni più chiare e classiche d'essa, e anche perché contemplano la sua dinamica propria:
"Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5,48)
È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano."
(189)

Il Concilio Vaticano II definisce la santità partendo da due concetti, che naturalmente sono complementari: la pienezza della vita cristiana e la perfezione della carità.

Proviamo ad esaminare in modo più accurato il significato di queste definizioni; se si parla di pienezza della vita cristiana, questa si riferisce, in primo luogo, alla vita della grazia, alla redenzione di Gesù Cristo fatta soggettiva, in ultima analisi, a quanto in questo libro chiamiamo la piena vita cristiana. Ed risulta anche chiaro che si stà parlando dello stato di maggiore crescita o perfezione di questa vita soprannaturale, che è ciò che ci dice la parola pienezza.

In che cosa consiste questa pienezza? Lo abbiamo appena visto nel precedente capitolo: è la vita della grazia santificante che è giunta alla esercitazione perfetta delle virtù cristiane infuse, mediante l'azione dei doni dello Spirito Santo. È la vita del uomo spirituale al modo divino, i cui atti sono direttamente mossi dallo Spirito Santo, che guida e governa la sua vita, sempre che Lui disponga della sua docilità e libera accettazione. Quando si parla di pienezza della vita cristiana, possiamo anche dire perfezione di essa, che è un termine ampiamente utilizzato in teologia spirituale.

La parola perfezione proviene etimologicamente dal verbo latino perficere (che significa elaborare qualcosa finché si trovi completamente finita). Pertanto, la perfezione della vita cristiana significa quella vita arrivata alla sua consumazione, fino a quello che in realtà dovrebbe essere come opera compiuta secondo la creazione di Dio. Intesi in questo modo, possiamo dire che santità e perfezione cristiana sono termini equivalenti che esprimono una stessa realtà.

Questa perfezione cristiana può esprimersi a sua volta in termini del suo principale costituente, che è la virtù teologale della carità, e così si definisce anche la santità o perfezione cristiana come la perfezione della carità. Possiamo dire con una base ben chiara nella rivelazione di Dio che amare a Dio e amare al prossimo con quest'amore divino costituisce veramente la sintesi della perfezione cristiana. Gesù lo ha insegnato così:
"Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti"." (190)

Anche San Paolo ci espressa questa dottrina: "Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione." (191)

Teologicamente si dice che la carità unisce interamente l'uomo con Dio come il suo ultimo fine soprannaturale, in quanto produce che il cristiano possieda Dio in un senso profondo e sperimentale, giacché la volontà umana, il cui scopo è quello di amare, nell'amore divino che le infonde la carità ottiene la sua massima felicità.

Le altre virtù teologali e morali preparano e aiutano alla unione con Dio per la carità, affrontando gli ostacoli che rendono difficile tale unione, o mostrando la verità (fede) e la perfetta beatitudine a cui siamo chiamati (speranza). La carità, risiedendo nella volontà, agisce sulle altre virtù mediante atti imperati, dando loro maggiore forza e determinazione ad agire.

Una caratteristica importante che bisogna tenere a conto è che la carità, durante la vita dell'uomo, può crescere all'infinito, perché non ci sono limiti per l'amore di Dio, perché è infinito. Per questo motivo concludiamo che la santità su questa terra non ha limiti per sé stessa, ma piuttosto la sua limitazione deriva dall'uomo, dalla sua maggiore o minore apertura e docilità alla grazia.

Le false nozioni della santità.

Vista la realtà di ciò che noi chiamiamo santità, è interessante avere coscienza di quante sono le nozioni incomplete, con errori o false, che si trovano nel mondo in riguardo della santità cristiana. In primo luogo menzionaremo le concezioni incomplete della santità; in generale, queste nozioni errano al risaltare in forma esagerata un aspetto della santità, a scapito di un altro complementario.

Troviamo quelli che credono che la santità è acquisita principalmente attraverso gli sforzi dell'uomo: mediante una vita di sacrifici, piena di austerità e mortificazioni, con privazioni di ogni genere, passando da una sofferenza all'altra. Sembrerebbe che in questi casi, la santità è un premio al merito per tanti sforzi e occupazioni. Questa visione incompleta della santità spaventa molti cristiani, che allora non vogliono neanche pensare circa la possibilità di essere santi.

Benché è vero che nessuno si santifica senza una dura lotta contro le proprie inclinazioni o la tentazione del diavolo, come vedremo nella Parte Quarta, ma non si può dimenticare che il cristiano è santo perché esso riceve come dono di Dio la possibilità di partecipare nella sua santità, mediante la grazia santificante, che le dà tutti gli aiuti soprannaturali necessari per raggiungerla, senza lasciarlo abbandonato alle proprie forze naturali.

Ma si può anche arrivare ad un altro estremo, con la convizione che la santità, come è un dono di Dio, soltanto dipende nel suo sviluppo della iniziativa di Dio, dimenticando che l'uomo, nella sua libertà, deve accompagnare con la sua azione quella della grazia ricevuta.
Così ci sono coloro che attendono che le sue cattive inclinazioni, le sue poco svilluppate virtù cristiane, da un giorno all'altro, in modo quasi magico o miracoloso, cambino radicalmente, dopo che una sorta di fulmine divino cada su di loro e li trasformi completamente in un batter d'occhio.
Naturalmente che sarebbe bello essere un santo in questo modo, perché ci permetterebbe di risparmiare un sacco di sforzo, dedizione e perseveranza! Ma si tratta di una visione incompleta della santità e del cammino che conduce ad essa. Sant'Agostino, in una famosa frase, esprime questa verità: "Dio ti ha creato senza di te ma non ti salverà senza di te"

Altre concezioni incomplete della santità, in termini delle sue manifestazioni nella vita dei santi, sono quelle che oscillano dal estremo di ritenere che il santo vive soltanto una vita di preghiera e di contemplazione, passando praticamente la maggior parte del suo tempo in ginocchio, con le mani insieme e gli occhi girati verso l'alto, immerso nella orazione e l'estasi, che sarebbe la concezione "antica" della santità, o che vanno all'altro estremo che implica pensare in una santità molto più "moderna", adeguata ai tempi attuali, dove il santo è un uomo d'azione, pieno di iniziative e di attività organizzative, di programmi di evangelizzazione, di azione sociale e di carità, utilizzando tutti i mezzi di comunicazione sociale nelle sue iniziative pastorali, e così via.

È proprio da queste concezioni estreme che sono nate tutte le idee che portano a generare nella vita spirituale la falsa antinomia tra la "vita contemplativa" in contrapposizione alla "vita attiva".

Il Papa Giovanni Paolo II è stato molto chiaro su questo:
"È tuttavia importante che quanto ci proporremo, con l'aiuto di Dio, sia profondamente radicato nella contemplazione e nella preghiera. Il nostro è tempo di continuo movimento che giunge spesso fino all'agitazione, col facile rischio del " fare per fare ". Dobbiamo resistere a questa tentazione, cercando di " essere " prima che di " fare ". Ricordiamo a questo proposito il rimprovero di Gesù a Marta: " Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno " (Lc 10,41-42)." (192)

Esistono altre concezioni della santità che sono direttamente false o risultano piene di errori, e, in generale, sorgono quando si affronta lo studio della santità soltanto a partire di idee rezionali, esaminando il comportamento e le manifestazioni dei santi solo dal punto di vista psicologico a livello umano e naturale.

Da questi punti di vista risultano idee tali che i cosidetti "santi" sono persone che soffrono di fenomeni psichici morbosi, di tipo nevrotico, con la sua esaltazione dei sentimenti religiosi e la sua fuga dalla realtà, che si osserva cuando si manifestano, per esempio, la loro sete di patire tormenti e umiliazioni, il desiderio di annientamento della sua volontà, l'indifferenza alle cose del mondo, e altri comportamenti "anomali" per lo stile.
Pure le sono aggiudicate nelle sue manifestazioni radici di sentimenti sessuali frustrati, di tipo freudiano, in particolare dai termini in cui i mistici parlano dell'amore di Dio, menzionando il "matrimonio spirituale", gli "abbracci e baci santi", le "carezze divine", le "ferite d'amore", la "follia del cuore", ed altri termini simili.

Altri ritengono la santità come una esaltazione malaticcia della sensibilità e la fantasia, molto tipica nelle donne più che emotive, che non possono governarsi dalla ragione e quindi danno sfogo ai loro sentimenti esaltati o isterici, praticando tutti i tipi di devozioni e atti pii in eccesso.

Ci sono anche coloro che considerano i santi come una sorta di falsari o ipocriti, che sotto l'aspetto pietoso della santità nascondono fini di ambizione e di potere, o almeno il desiderio di essere considerati al di sopra dei comuni mortali.

Vi è un altro concetto sbagliato della santità molto comune, che la considera indefettibilmente unita a tutte le manifestazioni straordinarie o di tipo mistico, come l'estasi, la levitazione, la comparsa di stimmate, la bilocazione, il sudore o lacrime di sangue, le visioni di tutti i tipi, o le manifestazione carismatiche come i doni della profezia, delle lingue, di guarigione o di miracoli.

Benché queste manifestazioni straordinarie esistono e si trovano nella vita di molti santi, come vedremo nel Capitolo Sette della presente Parte, non costituiscono in alcun modo una normale manifestazione della santità, in modo che non dovrebbero essere prese di per sé come indicatori di una vita santa, che si manifesta, come si è visto prima, nella pratica perfetta, eroica e altruista delle virtù cristiane.
Purtroppo questo concetto, ampiamente diffuso, fa che a molti cristiani di buona fede, la parola santità le produce timore, pensando che se volessero cercare la santità comincerebbero a vivere tutte queste cose straordinarie, e allora gli altri le considereranno pazzi o perturbati.

Che lontano dalla realtà semplice e di straordinaria bellezza della vera santità che si trovano tutte queste idee emerse da un mondo razionalista che non accetta l'esistenza del soprannaturale! Ma esse producono il suo effetto letale, in particolare sui cristiani, che allora, confusi e spaventati, non si sentono motivati ad essere santi, perdendo così il senso principale della sua vita cristiana, e del fine per il quale hanno ricevuto la vita da Dio .

La chiamata alla santità.

Dopo aver già chiarito in che consiste la santità cristiana, e anche cosa non è, vedremo ora che fin dal principio Dio stesso, e dopo anche i suoi strumenti, hanno richiamato gli uomini alla santità. Nell'Antico Testamento l'invito è chiaro:
"Poiché io sono il Signore, il Dio vostro. Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo; Poiché io sono il Signore, che vi ho fatti uscire dal paese d'Egitto, per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo." (193) "Sarete santi per me, poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separati dagli altri popoli, perché siate miei." (194)

Si trova qui il concetto di base della santità: essere separati per appartenere a Dio, e appartarsi dal mondo profano.

Gesù ha insegnato anche la necessità della santità o perfezione, come una sintesi dell'amore di Dio convertito nella carità per il prossimo:
"Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste." (195)

Anche gli apostoli, imitando l'insegnamento del loro Maestro, hanno esortato alla ricerca della santità. San Paolo rivela: "Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità" (196)

San Pietro fa anche questo appello ai cristiani: "Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri d'un tempo, quando eravate nell'ignoranza, ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo." (197)

Nel nostro tempo la Chiesa ci esorta a cercare la santità. Il Concilio Vaticano II dice:
"La Chiesa, il cui mistero è esposto dal sacro Concilio, è agli occhi della fede indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato " il solo Santo ", amò la Chiesa come sua sposa e diede se stesso per essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l'ha unita a sé come suo corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità, secondo le parole dell'Apostolo: " Sì, ciò che Dio vuole è la vostra santificazione " (1 Ts 4,3; cfr. Ef 1,4)." (198)

Il Papa Giovanni Paolo II rinnovarà questo appello, definendolo come "la consegna primaria del Concilio Vaticano II":
"La dignità dei fedeli laici ci si rivela in pienezza se consideriamo la prima e fondamentale vocazione che il Padre in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito rivolge a ciascuno di loro: la vocazione alla santità, ossia alla perfezione della carità. Il santo è la testimonianza più splendida della dignità conferita al discepolo di Cristo. Sull'universale vocazione alla santità ha avuto parole luminosissime il Concilio Vaticano II. Si può dire che proprio questa sia stata la consegna primaria affidata a tutti i figli e le figlie della Chiesa da un Concilio voluto per il rinnovamento evangelico della vita cristiana E' quanto mai urgente che oggi tutti i cristiani riprendano il cammino del rinnovamento evangelico, accogliendo con generosità l'invito apostolico ad "essere santi in tutta la condotta" (1 Pt 1, 15)." (199)

È chiaro che da tutto quello menzionato sopra risulta imperativa la chiamata alla santità dei cristiani. Ma di fronte a questo, è logico chiedersi: perché dovremmo cercare la santità? In altre parole, quali sono le ragioni che rendono necessaria una tale ricerca? Vedremo a continuazione la risposta a questa domanda, di fronte alla quale la maggioranza dei cattolici non sanno veramente che rispondere.

La neccesità della santità

Per la maggioranza dei cattolici esiste la nozione che la santità, intesa come la vita cristiana nella sua pienezza, è soltanto per pochi eletti, quelli che arriveranno a essere santi canonizzati e avranno le loro statue poste sui altari e gli santini in potere dei suo devoti, e che non è né necessaria né accessibile per il cattolico comune, soprattutto se è un laico.

In generale si crede che essendo "più o meno buono", e compendo moderatamente con i "obblighi" imposti dalla Chiesa, come confessarsi di volta in volta e partecipare alla Messa con una certa regolarità, soprattutto nei giorni di precetto, e se inoltre si ha una moglie o marito che "prega sempre per me", allora non si sarà in peccato mortale e si raggiungerà la salvezza.

Ma quello che succede è che per il cristiano la alternativa non è quella di salvarsi o condannarsi, ma c'è molto di più. Gesù così lo ha insegnato:
"Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?". Egli rispose: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". Ed egli chiese: "Quali?". Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso". Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?". Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi". Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze." (200)

In questo passo, dobbiamo notare qualcosa di molto importante: è la differenza che fa Gesù tra quello che significa "ottenere la vita eterna", ossia, salvarsi e in qualche modo arrivare al cielo, e ciò che implica "essere perfetto" o essere santo.

Il primo obbiettivo è la salvezza, e si raggiunge senza trasgredire i comandamenti di Dio, che è, non commettendo peccato grave. Ma quando il giovane uomo, che sostiene di aver rispettato i comandamenti, chiede "che mi manca ancora?", dice Gesù che vi è ancora di più, che è la ricerca della perfezione. Questa perfezione implica "andare al di là dei comandamenti", che il giovane non fu disposto a compiere, perché in questo caso significava rinunciare alle sue molte ricchezze.

D'accordo a quello che abbiamo comentato possiamo ora dire che rimangono stabilite due mete possibili per il cristiano:

* Scappare dal inferno, ossia arrivare in cielo.
* Raggiungere la perfezione, o santità.

Con ciò si intende che troviamo due classi di cristiani: quelli che potremmo chiamare comuni, che compiendo i comandamenti, vale a dire, non trovandosi in peccato mortale, si salvano, e quelli che vanno oltre questa meta, facendo di più di quello che è comandato e cercando la perfezione.
Allora una questione appare immediatamente: Perché cercare la santità, lungo un cammino così stretto e difficile, se compiendo i comandamenti mi salvo e giungerò la vita eterna? La risposta a questa domanda si basa nel fatto che ci sono quattro motivi principali per la ricerca della santità avanzata:

1) Per assicurare in più la salvezza eterna: è molto certo che basta soltanto morire in stato di grazia per salvarsi, come vedremo nel Capitolo seguente, ma il problema risiede nel modo in cui conservare questo stato lungo tutta la nostra vita, in mezzo alle circostanze e le difficoltà che ci toccherà vivere, giacché non conosciamo il momento nel quale partiremo da questo mondo.
La crescita nella santità, che significa arrivare molto più lontano nella vita cristiana piena, permette di avere più sicurezza (non assoluta certezza) di raggiungere la salvezza, allontanandosi dalle possibilità di peccato grave.

È come se una persona cammina attraverso un luogo che è delimitato da un profondo abisso. Se costui cammina troppo vicino al bordo, sempre sarà latente la possibilità che per una innavertenza o negligenza possa inciampare o avere una momentanea perdita di equilibrio, e allora cadrà e si precipiterà nel vuoto, non sapendo se ne avrà il tempo (il tempo della sua vita) che le permetta di uscire di lí, o se la morte lo sorprenderà e rimarrà per sempre nell'abisso. Se, tuttavia, la persona riesce a camminare per sentieri che lo allontanano sempre piû da quel fatidico bordo, anche se inciampa o cade, sarà molto più difficile la sua caduta nel vuoto, anche se ci sarà sempre la possibilità che la sua rotolata sia così grande che ugualmente lo porti a precipitarsi in questo terribile abisso.

2) Per avere una maggiore gloria nel cielo: La vita eterna in cielo è diversa per ciascuno, concetto che si espressa teologicamente dicendo che la gloria che si vive in cielo è diversa nella sua magnitudine per ogni uomo. Il concetto di gloria in cielo sarà sviluppato in dettaglio nel Capitolo seguente, ma possiamo dire che corrisponde al rapporto che abbiamo con Dio per tutta l'eternità, che sarà più completo e più profondo a seconda del grado di santità raggiunto al tempo della morte.
Pertanto, la crescita nella santità nella vita terrena, durante il breve o lungo tempo che si disponga (solo Dio sa quanto sarà), definirà come sarà la vita di ciascuno lungo tutta l'eternità.

3) Per vivere in questa terra una migliore qualità della vita: In generale quelli che studiano il tema della santità spesso lo guardano solo dal punto di vista della salvezza e la vita eterna, come abbiamo visto nei precedenti due obiettivi della santità. Ma si dimentica o addirittura non si conosce quanto influisce nella qualità della vita di un cristiano qui nella terra il suo grado di crescita nella santità.

Oggi viviamo in un'epoca in cui una delle cose che sono più valutate, apprezzate e cercate è la qualità della vita. Da qui derivano la preoccupazione per l'ecologia, per la conservazione dell'ambiente, gli sforzi per impedire l'estinzione di alcune specie animali minacciate dalla predazione spietata dell'uomo, e, soprattutto, l'aumento dell'esercizio fisico e lo sport, le diete più o meno naturali, la vita all'aria aperta, la pratica aerobica, e tutto ciò che comporta un maggiore contatto con la natura, per discostarsi dal vortice della vita quotidiana e lo stress e la saturazione fisica e mentale che produce.

Ma tutte queste cose hanno quasi come unico riferimento la parte fisica dell'uomo e il medio ambiente che lo circonda. Si ritiene di aver trovato la panacea per la quale quando si sta fisicamente più o meno bene, tutto all'interno è perfetto. Ovviamente sarebbe una sciocchezza negare l'importanza della salute, la cura del corpo, il mantenere un adeguato vigore ad ogni età, ma questo non riempie lo spirito.
Al contrario, vi è spesso un atteggiamento di egocentrismo, di una preoccupazione eccessiva e anche ossessiva per il proprio corpo, che produce sentimenti di superiorità rispetto agli altri che non fanno la stessa cosa, che porteranno alla arroganza, la vanità, la presunzione, la superbia, l'orgoglio e tutti gli altri atteggiamenti spregiativi in relazione con il prossimo, che sono derivati da questa radice avvizzita.

In quali termini potremmo definire quello che è veramente la qualità della vita in questo mondo, in una forma ampia? Va ben al di là del aspetto fisico, già che significa essere in grado di vivere tutte le circostanze della vita, d'ogni modo inevitabili, che non sempre saranno piene di allegria e buon vivere, senza perdere alcuni atteggiamenti e caratteristiche interiori pregiate.
Allora compare qui un altro aspetto molto importante che si riferisce alla vita cristiana, che pochi considerano, e che si riferisce alla vita qui sulla terra: essere cristiano presupone vivere in questa terra una molto migliore qualità della vita. Questo è qualcosa che in generale la gente del mondo non percepisce, e che molte volte i cristiani, lamentevolemente, neanche mostrano in modo chiaro: la qualità della vita in questo mondo, del cristiano fermo nella sua fede, è molto più ampia che quella del resto della gente.

Non vi è alcun dubbio che, quando osserviamo con un po 'di dettaglio gli effetti della grazia santificante nell'uomo, in quanto sviluppati nei capitoli precedenti, e che sono confirmati empiricamente dalla vita dei santi conosciuti nella Chiesa cattolica, ci troveremo, in contrasto con la vita dell'uomo razionale, con una qualità della vita immensamente superiore.

Adesso proveremo ad immaginarci come è la vita di un cristiano a cui definiamo come santo, che esercitando le virtù infuse, raccoglie tutti i frutti che di esse ne derivano. Non importa in questo caso la vocazione né lo stato di vita che ha, consacrato o laico, né il mezzo in cui si svolge, perché i frutti sono prodotti in tutte le circostanze della vita.

Il santo vive con il suo cuore immerso nell'amore di Dio, per l'azione della virtù della carità e il dono della sapienza. Lui ha una conoscenza sperimentale, profonda e saporosa di sentirsi amato da Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, che sente con totale certezza che abitano nel suo spirito. Questo amore lo straripa e fa che lo trasmetta a coloro che lo circondano, che non possono evitare di sentirsi commossi per le manifestazioni d'amore che nel santo genera la carità divina.

Se si tratta di un laico con famiglia, questo amore divinizzarà il suo amore umano verso il marito o la moglie e figli, anziché per i suoi genitori e gli altri cari, spingendolo ai maggiori sacrifici per loro se fosse necessario. Se è un consacrato strariparà questo amore tra i suoi fratelli di vocazione e con tutti coloro a cui deve servire, ciò che farà con totale dedizione ed abnegazione.

La sua fede incrollabile, perfezionata dai doni di intelligenza, saggezza e scienza le concede una luce divina alle sue idee e pensieri, penetrando con acutezza nei misteri di Dio, facendolo vedere chiaramente la sua situazione spirituale e come tutto ciò che lo circonda nell mondo lo aiuta o si oppone nel suo cammino verso Dio.

La speranza le dà piena fiducia nei aiuti che aspetta da Dio, e accetta per amore tutto quello che dispone la volontà divina, che va conoscendo ogni volta con maggiore chiarità, riguardo la sua vita. Non ha preoccupazioni per quanto riguarda ciò che potrebbe accaderele, perché si fida pienamente della misericordia di Dio. Sente che non dipende nella sua vita né delle persone che sono intorno a lui, né del lavoro o l'occupazione che può avere, né dei problemi economici o politici del paese dove vive, perché la sua vita e tutta consegnata a Dio e Lui sarà chi si occuperà con la sua provvidenza delle sue necessità, bastando che metta tutto il suo impegno e lo sforzo per realizzare il meglio nei suoi daffari quotidiani.

Accetta allo stesso modo, con una incrollabile pace interiore, tutti i beni che riceve e i mali che potrebbero verificarsi. Un sincero rendimento di grazie accompagna tutto quello buono che riceve, mentre soffre con pazienza i momenti difficili, sapendo che Dio saprà trarre da loro un bene per lui. Di fronte a situazioni di dolore, come la sofferenza propria o di una persona amata, o la morte di quelle vicine, non perde la pace, anche se sperimenta il dolore che umanamente non può essere evitato, ma senza cadere nella disperazione o angoscia.

La pace è forse uno dei principali frutti della santità. Gesù ci dice nel Vangelo di san Giovanni: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore." (201) Precisamente la pace che riceviamo da Gesù è uno dei tesori più inapprezzabili che pone a nostra disposizione la grazia che proviene da Dio.

Qual'è la pace che dà il mondo? A livello personale, la pace come è intesa nel mondo dei non-credenti significa, in primo luogo, avere risolte le necessità materiali, possiedendo tutto quello necessario per un stile di vita confortevole e senza alcùn sobbalzo .
Significa, inoltre, non ricevere sopra uno stesso né i problemi né i bisogni degli altri, e che nell'ambiente in cui noi ci troviamo non ci incomodino quelle cose che non ci incombono direttamente. È, d'altra parte, si basa anche sulle attitudini del "non immischiarsi" e del "non interessarsi" su quello che concerne agli altri. Quante volte si ascolta questa frase: Non vieni a me con i tuoi problemi, lasciami in pace!

Vengono promossi in tutto il mondo luoghi molto esclusivi (e costosi) dove coloro che possono pagare si recludono e allontanano da tutto quello spiacevole e fastidioso del mondo che li accerchia abitualmente, trovando così la vera pace e tranquillità. Questa pace del mondo, quindi, significa evadersi e sfuggire dei problemi e le difficoltà che affliggono noi, e se non siamo in grado di trascorrere una vacanza in una esclusiva isola dei Caraibi in un albergo a cinque stelle, possiamo trovare questa pace nel luogo in cui ci troviamo, con una bottiglia di bevanda alcolica, o forse con un buon cocktail di pillole calmanti e sonniferi, oppure è possibile anche "viaggiare" ben lontano con una buona dose di allucinogeni o stupefacenti.

Altresi il mondo ci vende la pace sotto la forma di un divertimento continuo, che ci fa dimenticare tutti i problemi con l'assordamento della musica elettronica, le grandi feste e mangiate, il sesso sfrenato, la pornografia e la prostituzione. Inoltre, si può anche trovare una grande pace disinnestandosi dal mondo per diverse ore al giorno, "navigando" in Internet o giocando ai video giochi. Questa è la pace che ci "vende" il mondo, a prezzo molto caro, così costosa che ci può costare perdere la vera vita.

Al contrario, la pace di Gesù è qualcosa di molto diverso, al di là di essere gratis, di regalarsi a tutti quelli che la accettano. Ciò significa la liberazione dal peccato, che immerge l'uomo nella sofferenza, e di essere in grado di potere vivere una vita totalmente nuova, distinta, quella che implica già qui ed ora l'inizio della vita che durerà in eterno. La sua pace arriva per la fede, che permette comprendere il senso più profondo di perché viviamo e verso dove andiamo, ed avere uno sguardo levato al di sopra delle cose che ci circondano, degli avvenimenti di ogni giorno, diretto alla lontananza, al non-tempo dell'eternità e della vita nella presenza di Dio.

Trovare la pace in mezzo alle contrarietà, alle prove difficili della vita, e non entrare ne cadere nella disperazione, depressione o angoscia, implica, senza dubbio, vivere una vita immensamente migliore, senza importare a quale livello economico, sociale, culturale, intellettuale o razziale si appartenga.

Se la pace potesse essere fabbricata e venduta, non ho dubbi che sarebbe il bene più costoso al mondo. Miliardari dei primi nel "ranking" mondiale dei patrimoni sicuramente sarebbero disposti a pagare somme siderali per ottenere tale pace interiore che loro non possono godere neanche per un istante.
E anche l'ultimo dei "garimpeiros", o cercatori di oro del Brasile, in quell'inferno di fango e avidità in cui si trovano sommersi, sarebbe felice di dare la pepita d'oro grande e sognata che mai troverà, per ottenere questa pace che non può sperimentare.

Ma, che mostruosa contraddizione!: Gesù, oggi come sempre, mediante l'azione profonda dello Spirito Santo, regala a mani piene questa incrollabile pace a tutti coloro che lo lasciano entrare in casa sua, ripetendo le stesse parole che rivolse ai suoi discepoli quando entrò al Cenacolo dove erano riuniti: "Pace a voi!".(202)

Soltanto si può "sapere" in ciò che consiste questa pace tanto speciale e soprannaturale quando si è vissuta, e uno allora rimane sorpreso di vedere che, trovandosi in circostanze che in un altro momento nella sua vita lo avrebbero sbranato e affondato irrimediabilmente, ora tutto è diverso. La fortezza che si possiede è di gran lunga superiore, non si perde la speranza, pertanto non esiste la disperazione, e si arriva al colmo di conservare perfino l'allegrezza e il buonumore. Per coloro che avanzano nella santità questa pace è un ottimo frutto, che vivano e assaporano senza perderla malgrado il mutare delle circostanze della loro vita.

Il santo è anche privo di suscettibilità, e non si sente mai ferito dagli oltraggi, le maldicenze, le calunnie o disprezzi degli altri, in cui vede i suoi fratelli in Cristo, e a chi scusa sapendo che spesso non sanno quello che fanno. I disprezzi e la mancanza di considerazione non lo turbano, e in molti casi lo rallegrano, perché sente che attraverso di loro Dio lo purifica dei suoi peccati, che crede che sono numerosi, giacché anche i minori le sembrano grandi offese a Dio, influenziato per l'azione del dono del timore di Dio.

La tristezza, in generale, non ha alcun posto nella vita del santo, in quanto normalmente vive soggetto ad una serena allegrezza che deriva dal fatto di sapersi figlio adottivo e amato di Dio, ed erede di infiniti beni eterni, tutto questo derivato dall'azione profonda del dono della pietà.
Di fronte alla prospettiva della propria morte, anche se non è desiderata, e si producono in un primo momento timore e rifiuto umani, vi è una serenità e accettazione, con la certezza che con la partenza da questo mondo nulla finisce ma tutto comincia.

Il santo si sente utile a tutta ora, perché sempre trova che può fare qualcosa per gli altri, al fine della loro salvezza e santificazione, nella misura della vocazione ricevuta. Per i laici che hanno condotto una vita di lavoro, la anzianità è piena di attività e gratificazioni, sviluppando diverse attività nella evangelizzazione e la guida ed aiuto spirituale per gli altri, con la certezza che l'esperienza acquisita nella loro vita spirituale è molto valida ed utile per i loro fratelli.
Tutto questo rappresenta un netto contrasto con ciò che accade alla maggior parte degli uomini e delle donne che hanno sviluppato una grande attività nella loro vita, attraverso la loro professione, affari o lavoro, e sentono una specie di vuoto difficile di riempire quando arriva il tempo di andare in pensione. Invece al santo non le basterà il tempo per continuare a lavorare fino all'ultimo giorno della sua vita nel portare avanti la propria santificazione e per aiutare agli altri.

Dobbiamo tener conto di fronte a questa descrizione e tutte queste esperienze, che non sono permanenti, né si presentano in maniera facile e semplice, come se il santo vivesse in una sorta di idillio o di estasi in modo continuo, ma sono il risultato di una lotta e di sforzi quotidiani, di una profonda orazione, della battaglia contro il demone, della rinuncia permanente. Si può dire che essi sono il risultato vero ma sforzato della lotta spirituale.

Considerato tutto questo, potremmo accettare che il santo che vive in questo mondo, tanto sia sacerdote, religioso o laico o anche un professionale, una casalinga, un dipendente, un militare, un sportivo, un politico, un pensionato, un studente, un artista o un lavoratore, ha una qualità della vita superiore in riguardo agli altri? Penso che la risposta è fuori questione, e ciascuno di noi può darla senza timore di errore: sì, è vero, la santità crescente va portando a una qualità della vita crescente in questa terra!

4) Per aiutare nell'evangelizzazione degli uomini: l'ultimo motivo che valutaremo per il quale bisogna cercare la santità è che il santo può contribuire efficacemente alla salvezza del prossimo.

Colui che vive la santità si va identificando sempre di più con Gesù Cristo, fatto questo che si esprime dicendo che si va configurando a Cristo, e poi, naturalmente, anche si va identificando con la sua missione, che è quella di proclamare la Buona Novella di Dio, il Vangelo, in modo che diventarà un evangelizzatore. Qui parliamo di evangelizzare nel senso più ampio, non solo come una vocazione specifica per l'esercizio di un particolare ministero nella Chiesa. Ogni santo cristiano è chiamato a diffondere la Buona Novella e di far conoscere Cristo, qualunque sia il suo stato di vita o la sua vocazione specifica, nel posto nel quale si trovi nella società.

Il santo, con la sua testimonianza di vita, ed in ogni situazione nella quale si trova, irradia la presenza di Cristo alle persone che sono intorno a lui, che in qualche modo misterioso e incomprensibile per loro, si sentono attratti verso il santo come le api al miele, già che è lo Spirito Santo che si manifesta attraverso di lui, perché è diventato il suo istrumento docile.
Pertanto non vi è nulla di più prezioso come strumento per l'evangelizzazione e per portare la salvezza a molti, che la persona che vive nella santità, e quindi, il santo prenderà parte per completare la missione di Gesù Cristo tra gli uomini, e, per questo, sarà giustamente chiamato "un altro Cristo" nel mondo.

Abbiamo visto quindi le ragioni principali per le quali i cristiani dobbiamo cercare la santità avanzata, trovando in loro due obiettivi terrenali, che sono quelli di vivere una migliore qualità della vita, ed essere strumenti utili per l'evangelizzazione, e anche due obbietivi celestiali, in primo luogo, ottenere la salvezza, e dopo questo vivere una maggior gloria nella vita eterna. A questi ultimi due obiettivi che mirano al di là della vita terrena, dedicheremo il prossimo capitolo.

PARTE SECONDA:

I riferimenti al Capitolo 5:

(179): Salmi 99 (98), 5
(180): Levitico 19,2
(181): 1 Samuele 2.2
(182): Isaia 6,1-3
(183): Salmi 5,8
(184): Esodo 35,2
(185): Deuteronomio 7,6; Esodo 19,6
(186): Luca 1,35, Giovanni 10,36; Atti 3.14; Romani 1.4
(187): 1 Corinzi 1,2
(188): Atti 9,13; 26,10; Romani 12,13; 15,25; 1 Corinzi 16,1
(189): Costituzione dogmatica "Lumen Gentium" n. 40
(190): Matteo 22:34-40
(191): Colossesi 3,12-14
(192): Giovanni Paolo II, "Novo millennio ineunte", n. 15
(193): Levitico 11,44-45
(194): Levitico 20.26
(195): Matteo 5,43-48
(196): Efesini 1,3-4
(197): 1 Pietro 1,14-16
(198): Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica "Lumen gentium", n. 39
(199): Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica "Christifideles Laici", n. 16
(200): Matteo 19,16-22
(201): Giovanni 14,27
(202): Giovanni 20,19

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