Contempladores

La Piena Vita Cristiana

Parte Seconda: Fondamenti Della Vita Cristiana.

Capitolo 3: L'Azione Della Ragione Nell'Uomo.

Introduzione.

Parte Prima: L'origine della Vita Cristiana. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 1: Il proposito di Dio per l'uomo.
   Capitolo 2: Il Compimento del proposito di Dio.
   Capitolo 3: Dio non abbandona l'uomo: L'Antico Testamento.
   Capitolo 4: La Salvezza per Gesù Cristo.

Parte Seconda: Fondamenti della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Redenzione Oggettiva e Soggettiva.
   Capitolo 2: Gli effetti della Grazia Santificante.
   Capitolo 3: L'Azione della Ragione nell'uomo.
   Capitolo 4: L'Azione della Grazia nell'uomo.
   Capitolo 5: La Santità nella terra.
   Capitolo 6: La Gloria nel Cielo. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 7: I Fenomeni Mistici straordinari. Nuovo - Traduzione Completa

Parte Terza: I mezzi di crescita della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: L'Aspetto Negativo della Crescita Spirituale.
   Capitolo 2: La crescita per i Sacramenti cristiani. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 3: La crescita per il Merito e l'Orazione.
   Capitolo 4: La parte della Vergine Maria nella santificazione degli uomini.
   Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 5: La devozione al Sacro Cuore di Gesù come mezzo di santificazione.
   Nuovo - Traduzione Completa

Parte Cuarta: Lo svilluppo della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Vita spirituale al Modo Umano.
   Capitolo 2: La Vita spirituale al Modo Divino.

L'antropologia cristiana.

Questo capitolo e quello che viene a continuazionee sono molto speciali, forse sono i più importanti del libro, non lo so, perché in realtà tutti i capitoli sono necessari per formare una unità che possa esprimere nel miglior modo possibile il concetto della piena vita cristiana, ma da qui in avanti parleremo del nostro funzionamento come esseri umani, non solo in riferimento alle facoltà naturali, che è quello che viene comunemente descritto, ma anche in relazione a quelle facoltà soprannaturali infuse da Dio e che ci permettano di vivere una nuova vita al modo divino.

Io voglio ora fare menzione ad un pensiero molto profondo con cui Santa Teresa di Gesù inizia il suo libro "Mansioni":

"Dobbiamo considerare la nostra anima come un castello fatto tutto di diamante o di cristallo molto chiaro, dove ci sono molte camere, così come in cielo ci sono molte mansioni. Che se bene lo consideriamo, sorelle, non è un'altra cosa l'anima del giusto, ma un paradiso, dove Lui ha i suoi piaceri ... Non trovo io nulla con cui confrontare la bellezza d'un anima e la sua grande capacità. E veramente appena può arrivare la nostra comprensione, per acuta che sia, per capirla ... Ma Egli stesso ha detto che ci ha creati a sua immagine e somiglianza ... E basta che Sua Maestà dica che è fatta a sua immagine, in modo che possiamo a malapena capire la grande divinità e bellezza dell'anima. Non è poco compianto e confusione, che per nostra colpa non ci capiamo a noi stessi, ne sappiamo chi siamo. Non sarebbe grande ignoranza, figlie mie, che se le chiedessero a uno chi è, questo non si conoscerebbe, né saprebbe chi era suo padre, né sua madre, ne di che terra è? Se questo sarebbe una grande bestialità, senza comparazione e ancora maggiore quella che noi abbiamo, cuando non procuriamo di sapere che cosa siamo, ma ci fermiamo soltanto nel nostro corpo, e quindi, solamente perché l'abbiamo udito e perché la fede ci dice, sappiamo che abbiamo anime; ma che beni possono trovarsi in questa anima, o chi si trova al suo interno, o il grande valore che ha, raramente lo consideriamo, e allora si mette così poca cura per preservare la sua bellezza " (162)

Veramente, quante persone sono interessate a conoscere e capire ciò in che consiste questo bellissimo castello di diamante che è l'anima umana divinizatta dalla grazia? Animiamoci ad aprire il cancello d'entrata per così guardare all'interno, perché non stiamo parlando di altre persone, ma di ciascuno di noi.

La rivelazione di Dio mediante la sua Parola ha come riferimento a Dio stesso, e gradualmente svela i misteri della sua esistenza fino ad arrivare con Gesù Cristo alla pienezza di questa rivelazione:
"Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo." (163)
L'uomo è il destinatario di questa rivelazione, e, partendo d'essa, e quando trova la sua salvezza. Ma, a partire della luce della salvazione que Gesù Cristo offre all'uomo, possiamo dire che egli scopre chi è realmente ed a ciò che è chiamato

Il Concilio Vaticano II afferma noi questo:
"Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione." (164)

È così come contro la nozione dell'uomo data dalla filosofia, la psicologia, la medicina ed altre scienze, il cristianesimo, a partire dalla rivelazione, sviluppa il proprio concetto dell'uomo, che, anche se si può certamente arricchire dai contributi di queste scienze, ha in sé una irrinunciabile originalità. Questo è quindi ciò che costituisce l'antropologia cristiana, che ci dà la base per comprendere l'azione di Dio nell'uomo mediante la grazia.

Prima di tutto doviamo riscattare un'idea che si è stata perdendo, ma che è estremamente fruttuosa per la comprensione dell'uomo dalla prospettiva cristiana, ed è lo schema tripartito dell'uomo, composto di corpo, anima e spirito. San Paolo fa menzione di questo schema:

"Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo." (165)

Ognuna di queste aree della persona, sebbene formano un indivisibile unità nell'essere del uomo, esprimono realtà diverse: il corpo è una realtà fisica, l'anima è una realtà psichica, e lo spirito appartiene a una dimensione metafisica. Di fronte a questa concezione si è situato il modernismo, ed in particolare partendo da Descartes, si riduce la visione dell'uomo ad un dualismo anima-corpo, perdendosi di vista ciò che viene da Dio e lasciando soltanto intravedere la realtà naturale del essere umano.

Prima di andare avanti su questo tema, dobbiamo definire quale è la portata dei termini corpo, anima e spirito che useremo, poiché quest'ultimi hanno diverse interpretazioni secondo il criterio di chi li utilizza, e possono indurre in errore se noi non abbiamo chiaro quale è il significato che ci accingiamo a dare a questi termini.

Per corpo ("soma" in greco) intendiamo questi componenti: in primo luogo, tutti i componenti degli organi che lo costituiscono fisicamente; dunque, i sensi esterni, che sono quelli che gli permettono percepire le proprietà materiali delle cose che lo circondano; così attraverso la vista, l'udito, l'olfatto, il tatto ed il gusto, sono percepite le qualità esterne dei oggetti, come ad esempio la forma, il colore, l'odore, il sapore, la tessitura, e così via, che sono cose reali ed obiettive. Si riconoscono anche nell'uomo sensi interni, che assistono il processamento ed il conservamento di tutto quello percepito dai sensi esterni, come la memoria, l'immaginazione, il senso comune e gli istinti.

L'anima ("psiche" in greco) esiste nell'uomo come qualcosa suprasensible, che supera ciò che è materiale. In essa diciamo che risiedono le due facoltà che fanno che l' uomo abbia una caratteristica completamente diversa agli animali: sono l' intelletto e la volontà, che gli danno la ragione e lo trasformano un un essere razionale. Anche l'anima così intesa, come sede delle facoltà razionale dell'uomo, è talvolta chiamata "mente", "ragione" o "parte inferiore dell'anima".

Lo spirito ( "pneuma" in greco), che alcuni chiamano "la parte superiore dell'anima" quando soltanto parlano di anima e di corpo, possiamo dire che è l'ambito in cui si produce l'incontro della creatura con il Creatore, dove si incontrano l'immanente con il trascendente; è proprio nello spirito dove l'essere umano s'introduce nella dimensione transcendentale, soprannaturale, della sua relazione con Dio. In questo schema quindi diremo che è nello spirito che si riceve la grazia santificante, dove è ospitato questo "dolce ospite" che è la Santissima Trinità, e dove si producono le comunicazioni della vita divina.

È importante osservare che quando si riduce la visione dell'uomo alla dualità di corpo-anima, l'anima rimane soltanto composta dall'intelletto e la parte psichica, quindi si trascura la dimensione trascendente dell'uomo, restando quest'ultimo ridotto solo alla sua dimensione naturale, cosa che è, in parte, causa della perdita nel mondo d'oggi del senso della vera vita cristiana. Ma è valido parlare genericamente di "anima" come si fa comunmente purché si riconosca in essa la differenziazione della "parte inferiore", dove risiedono le facoltà razionali, e "la parte superiore", o lo spirito.

Vedremo nei punti seguenti il "funzionamento" dell'uomo, e come interagiscono questi diversi componenti che riconosciamo nello schema dell' essere umano. Ovviamente, tutto ciò non cessa d'essere qualcosa di schematico, valido soltanto per comprendere meglio le azioni dell'essere umano ed i suoi principi.
A tale proposito esamineremo quattro diversi modi di agire degli uomini, benché fin d'allora occorra chiarire che mai troveremo nessuno d'essi in modo "chimicamente puro", ma la realtà complessa dell'essere umano è una miscela, in proporzioni diverse, di questi vari tipi di comportamenti, irripetibili nella pratica, così come è irripetibile la fisonomia ed il carattere di ogni persona; al massimo si potrà distinguere la prevalenza in ogni persona di alcuna di queste forme di comportamento. Ci riferiremo al comportamento animale, razionale e spirituale, quest'ultimo diviso in due, al modo umano ed al modo divino.

Per una maggiore comprensibilità di ciò che esporremo dobbiamo tenere a mente che qualsiasi atto o azione può essere scomposto, al fine di capire meglio, in tre fasi:

* In primo luogo, è necessaria la conoscenza, che implica definire qualcosa.
* Poi, gli atti di conoscenza sono seguiti da una tendenza o appetenza, che fa cercare o respingere ciò che è conosciuto.
* Infine si produce l'esecuzione dell atto, che è l'azione propriamente detta, che si traduce in un atto esterno.

Vedremo come nell'uomo, essere complesso nel quale coesistono il corpo o "la carne", l'anima razionale o ragione e lo spirito, si producono gli atti che effettua in questi diversi componenti del suo essere.

L'uomo animale.

Il primo modo d'agire dell'uomo è ciò che possiamo chiamare l'animalità, ed è il comportamento simile a quello che possiedono gli animali. Vediamo come è questo funzionamento:
Ricordiamo che il corpo materiale possiede sensi esterni, che sono organi che possono percepire direttamente le proprietà materiali delle cose esterne: la vista, l'udito, l'olfatto, il tatto ed il gusto.

Ci sono anche i sensi interni, la cui funzione è quella di ricevere e conservare le sensazioni ricevute:
* Il senso comune: riunisce in una sola tutte le sensazioni ricevute d' uno stesso oggetto o fenomeno. Ad esempio, se sto con un cane, si riuniranno in una sola le sensazioni che mi dà la vista (dimensione, forma e colore dell'animale), l'udito (il suono del suo abbaio), il tatto (tessitura del suo pelame) e l'olfatto (odore caratteristico).
* L'immaginazione o fantasia: è quello che forma immagini interne di ciò che è ricevuto dai sensi; essa li compone e li combina.
* La memoria: conserva le immagini ricevute e le riproduce quando ne avrà bisogno.
* L'istinto o facoltà stimativa: è la capacità di stimare se quello catturato dai sensi è buono o cattivo.

La fase di conoscenza degli atti consiste allora in questa cattura con i sensi esterni ed il suo processo con i sensi interni, che si collegono allora per la seconda fase, quella della appetenza o tendenza, con l'appetito sensitivo. L'appetito sensitivo o sensualità è una facoltà organica con la quale si cerca il bene materiale captato dai sensi, e si respinge il male.

Quest'ultima facoltà funziona sulla base di due potenze, che produrranno vari movimenti dell'organismo per quanto riguarda il bene o il male conosciuto dai sensi. Questi movimenti sono conosciuti come passioni o emozioni.

Una delle potenze dell'appetito sensitivo è l'appetito concupiscible, che è orientato verso il bene o il male presente o facile da ottenere, e l'altra è l'appetito irascibile, che è orientato verso il bene o il male distante o difficile da ottenere.

Vediamo uno schema che riflette questo detto sopra:



Appetito Orientato a: Passione generata
Concupiscible Il bene che appare.
Il male che appare.
Il bene possibile ma futuro.
Il male possibile ma futuro.
Il bene ottenuto.
Il male presente
Amore
Odio
Desiderio
Fuga o avversione
Allegrezza
Tristezza o dolore
Irascibile Il bene assente, ma possibile.
Il bene impossibile.
Il bene difficile.
Il male difficile da evitare.
Il male presente.
Speranza
Disperazione
Audacia o coraggio
Timore
Collera


Trattaremo di spiegare brevemente in ciò che consiste ciascuna di queste passioni:
L' amore come passione è una specie di adesione ed inclinazione dell'appetito sensitivo agli oggetti che i sensi e l'immaginazione presentano come buoni o piacevoli o capaci di produrre piacere con il loro possesso. Si può dire che l' amore è una passione che tende all'unione affetiva tra il soggetto e la cosa amata.
L'odio o avversione è una passione che tende a rimuovere qualsiasi cosa spiacevole, che può produrre un male. Il desiderio è un movimento affettivo della sensibilità verso un bene che è assente, che non è ancora posseduto, perché non si può desiderare ciò che già abbiamo, giacché allora si gode; il desiderio produce uno sforzo per raggiungere il bene desiderato.
La fuga o avversione è una passione che muove a liberarsi del male che si approssima, respingendolo ed allontanandosi da lui.
La allegrezza è la soddisfazione o fruizione che provoca il possesso del bene sensibile amato e cercato. La tristezza o dolore è l'opposto della allegrezza, vale a dire, è l'afflizione che si soffre vivendo un male che è presente, e questa passione spinge a sbarazzarsi di lui.
Queste sono le passioni che corrispondono al appetito concupiscible, ossia che si riferiscono al bene o il male già presente o imminenti e che è facile che accada.

Le passioni del appetito irascibile si riferiscono a beni o mali accompagnati da difficoltà, o ardui, e sono: La fiducia o speranza, che è la passione con s'inclina con ardore verso la cosa amata il cui possesso è possibile ma difficile.
La disperazione è la passione che sorge quando il possesso del bene amato e desiderato sembra impossibile. L'audacia o coraggio è la passione che porta alll'insurrezione dell'ànimo per superare e sconfiggere un male grave o per unirsi alla cosa amata la cui possesione è molto difficile.
Il timore, è l'opposto della audacia, e spinge per allontanarsi da un male difficile da evitare.
La collera è la passione che rifiuta violentamente il male già ricevuto, o il danno inflitto.

Le passioni in sé non sono né buone né cattive; tutto dipende di come sono orientate, dell'ordine o del disordine con il quale agiscono. Messe al servizio del bene producono grandi vantaggi, ma al servizio del male si trasformano in forze distruttive.

Le passioni origineranno finalmente l'ultima fase dell 'atto, il movimento, azione o esecuzione, d'accordo a ciascuna di esse, che chiamaremo azione animale. Questo processo d'azione è quello che vivono gli animali, ed anche quello che si verifica negli esseri umani, benché se vedremo più avanti che nell'uomo troviamo alcune differenze. E forse superfluo precisare che, malgrado che quest'atti a livello animale esistano nell'uomo, sono sottoposti alla soggezione della ragione, come vedremo nel punto seguente, ed è quasi impossibile trovarli nella sua manifestazione pura, eccetto in casi di disordini mentali gravi o in azioni sotto l'influenza praticamente totale di droghe o dell'alcool.

Cercheremo di rappresentare in uno schema questo comportamento, per la nostra migliore comprensione. Lo Schema 1 ci mostra gli elementi visti, in una rappresentazione grafica del comportamento dell' uomo animale.

L'uomo razionale.

L'uomo è un essere razionale che, oltre ad un corpo materiale con i suoi sensi esterni e interni possiede un anima razionale. L'anima umana non è operativa in sé stessa, ma produce le sue azioni attraverso le due potenze razionali: l'intelletto e la volontà.
Entreremo ora nella descrizione di ciò che chiamiamo propriamente atti umani, che sono caratterizzati da un doppio aspetto: sono effettuati attraverso le loro facoltà umane, intelletto e volontà, e sono fatti in libertà, con il pieno dominio e la decisione dell'uomo. Gli atti umani sono chiamati così atti volontari, e tutti partono d' un principio generale: la volontà vuole e desidera ciò che è conosciuto da l' intelletto.

Vediamo come queste facoltà operano nei atti umani, quello che graficamente è rappresentato nello Schema N° 2:
Allo stesso modo che negli animali, l' uomo percepisce la realtà del mondo che lo circonda attraverso i sensi esterni e la raccoglie con i sensi interni. Questa conoscenza sensitiva, in più d'agire sull'appetito sensitivo, come abbiamo visto, alimenta anche a l'intelletto per produrre la conoscenza razionale, che elabora in passi successivi, secondo di ciò che è noto come il ragionamento discorsivo: l' uomo va raggiungendo le verità con la sua intelligenza passando d'una fase della conoscenza ad un'altra. E molto importante tenere a mente che ciò che è proprio della natura dell'uomo e quello di andare avanti un passo dopo l'altro nella sua conoscenza razionale; per questo si chiama "discorsivo", un termine che deriva dal latino "decurso", che significa "andare per un cammino".
Questa è la modalità normale del ragionamento umano, deducendo passo per passo nuove verità partendo da altre già conosciute.

Troviamo nella attività dell'intelletto una divisione, in quanto tale attività è applicata: abbiamo prima l'intelletto speculativo o teorico, quando la sua attività è applicata con il solo scopo di conoscere la verità, o almeno essendo quest'ultima la sua principale fine, poiché di fatto è molto difficile che si produca un'attività soltanto dell'intelletto, senza che si rivolga ad un certo atto.

I passi che qui troviamo sono tre:

* Il primo è la semplice apprensione, che raccoglie ciò che sono le immagini ricevute e le trasforma in concetti ed idee.
* Si produce in seguito il giudizio, che consiste nelll'affermazione o la negazione di qualcosa, comparando idee diverse e definendo la convenienza o il disaccordo con esse. Il giudizio può essere vero o falsi, in quanto esiste un'elaborazione personale del concetto, influenzata da molti fattori interni ed esterni.
* Viene finalmente il ragionamento, che estrae conclusioni più generali o universali di quelle che esprimono i giudizi, anche unendo diversi di essi .

Cercheremo di vedere più chiaramente le tre fasi della conoscenza intellettuale con un semplice esempio, riprendendo quello che abbiamo visto al punto precedente: abbiamo ricevuto dai sensi certe sensazioni per quanto riguarda l'osservazione di diversi cani, che riassume il senso comune, e anche si formano immagini e vengono immagazzinate nella memoria sensibile. Partendo di qui si formano concetti, per la semplice apprensione, come ad esempio: il concetto di cane, che muove la coda, che mostra i denti, che abbaia, che morde, che vuole giocare.

Componendo concetti, ed affermando e negando, si producono i guidizi; per esempio: quando i cani muovono la coda sono amichevoli, e quando abbaiano e mostrano i denti vogliono mordere.

Il ragionamento, il terzo passo della conoscenza, estrae conclusioni dai giudizi, dando loro una maggiore validità universale; nel caso che stiamo presentando il ragionamento potrebbe essere questo: "Quando i cani abbaiano e mostrano i denti non bisogna avvicinarsi, perché mordano ed è pericoloso, ma quando dimenano la coda sono amichevoli e si può accarezzarli e giocare con loro ".

Ovviamente questo è un esempio molto semplice, tanto per capire il meccanismo della conoscenza razionale, ma gli ragionamenti possono essere resi estremamente complessi, poiché l'intelligenza porta allo sviluppo di teorie, leggi e dichiarazioni con la massima astrazione e complessità, ma nel suo funzionamento razionale umano sempre parte di ciò che è stato appreso dai sensi, e va passo dopo passo, sviluppando concetti e idee di crescente complessità.

L'intelligenza consente l'uomo qualcosa di impossibile per gli animali, ed è la conoscenza del bene razionale, diverso da quello conosciuto attraverso i sensi. Questo bene, anche noto come bene onesto, è il bene che è derivato, per esempio, dal desiderio di progresso e di conoscenza culturale o intellettuale, dall'onore, dal desiderio di aiutare gli altri, infine, da soddisfazioni interiori, spirituali, che vanno al di là di quelle cose gradevoli soltanto ai sensi.

Inoltre troviamo qualcosa che arricchisce ulteriormente questo processo, e consiste nel fatto che l'uomo è l'unico essere creato terrenale (non contando gli angeli), che ha la facoltà di esprimere i suoi concetti, giudizi e ragionamenti, sia per mezzo di suoni articolati (idioma) o da segni, scritti o disegnati, in modo che altri uomini possono imparare e trarre beneficio dai ragionamenti degli altri, che diventano trasmissibili. Tuttavia, per ricevere queste informazioni sono necessari anche i sensi (vista, udito o tatto, in caso di lettura Braille per non vedenti); Troviamo così che sempre il dato iniziale necessario per la conoscenza umana proviene dai sensi esteriori.

I suoni emessi dagli animali solo esprimano le loro passioni o la esperienza di esse che e stata immaganizzata nella sua memoria. E interessante notare che sono molti i animali che possiedono organi simili a quelli degli esseri umani, sia per parlare, scrivere o disegnare, ma non lo fanno perché non hanno concetti, giudizi o ragionamenti da comunicare, ma solo emozioni derivate dalle passioni, e queste possono semplicemente esprimerle attraverso gesti corporei o suoni inarticolati.

Questo processo descritto si produce nella porzione dell'intelletto chiamato teorico o speculativo. Ma vi è nell'intelletto un'altra parte, conosciuta come l'intelletto pratico, quando l'attività intellettuale è applicata a verità o ad oggetti che tendono a generare azioni. Nella pratica della vita quotidiana tutti noi vediamo chiaramente questa distinzione tra ciò che è un pensiero puramente teorico, che alcuni chiamano sogno o illusione, ed uno più pratico, diretto a generare azioni concrete.

I passi che distingueremmo nell'azione dell'intelletto pratico saranno descritti a continuazione, accompagnati da un semplice esempio:

*In primo luogo si produce la semplice apprensione, che cattura le immagini ricevute e le trasforma in concetti o idee, che determinano un eventuale fine; siamo ancora nel campo puramente psicologico. Esempio: - Potrei mangiare qualcosa.
*Dopo di questo appare il giudizio di possibilità e convenienza: è valutata la convenienza ed il modo di raggiungere tale fine. Qui è già colpito l'ordine morale, la sua convenienza o il disaccordo con lui.
-Potrei mangiare, perché è già la ora, ma dovrebbe essere un pasto leggero perché non mi faccia male.
*Segue la deliberazione o consiglio, che valuta le modalità per il raggiungimento di tale scopo o l'esecuzione di tale atto.
-Forse potrei andare al ristorante di qui fronte, che ha una cucina molto elaborata, o quello che è a cinque isolati di distanza, ma che ha del pasto come fatto in casa.
*Infine vi è il giudizio pratico; per questo giudizio s'indicherà alla volontà quale sia il modo migliore per eseguire l'atto in corso di valutazione.
-E meglio andare al ristorante più semplice, anche se è più lontano, perché mi sentirò dopo più leggero, già che devo continuare a lavorare.

Il ultimo giudizio che risulta dall'intelletto pratico chiamato giudizio pratico, è essenziale nel comportamento umano, perché sarà quello che presenti alla volontà la convenienza di un oggetto qualsiasi, in modo che essa produca un'azione, come vedremo un poco più avanti.

Proprio sull'intelletto pratico attua la cosidetta coscienza morale. Cosa è la coscienza morale? La parola più attualizatta della Chiesa su questo tema la troviamo espressa nella magnifica Enciclica "Veritatis Splendor" di Giovanni Paolo II: <
"Il rapporto che esiste tra la libertà dell'uomo e la legge di Dio ha la sua sede viva nel "cuore" della persona, ossia nella sua coscienza morale: "Nell'intimo della coscienza - scrive il Concilio Vaticano II - l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa' questo, fuggi quest'altro. L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato (cf Rm 2, 14-16)"
Secondo le parole di san Paolo, la coscienza, in un certo senso, pone l'uomo di fronte alla legge, diventando essa stessa "testimo- ne" per l'uomo: testimone della sua fedeltà o infedeltà nei riguardi della legge, ossia della sua essenziale rettitudine o malvagità morale. La coscienza è l'unico testimone: ciò che avviene nell'intimo della persona è coperto agli occhi di chiunque dall'esterno. Essa rivolge la sua testimonianza soltanto verso la persona stessa. E, a sua volta, soltanto la persona conosce la propria risposta alla voce della coscienza.
Non si apprezzerà mai adeguatamente l'importanza di questo intimo dialogo dell'uomo con se stesso. Ma, in realtà, questo è il dialogo dell'uomo con Dio, autore della legge, primo modello e fine ultimo dell'uomo. "La coscienza - scrive san Bonaventura - è come l'araldo di Dio e il messaggero, e ciò che dice non lo comanda da se stessa, ma lo comanda come proveniente da Dio, alla maniera di un araldo quando proclama l'editto del re. E da ciò deriva il fatto che la coscienza ha la forza di obbligare"
. Si può dire, dunque, che la coscienza dà la testimonianza della rettitudine o della malvagità dell'uomo all'uomo stesso, ma insieme, anzi prima ancora, essa è testimonianza di Dio stesso, la cui voce e il cui giudizio penetrano l'intimo dell'uomo fino alle radici della sua anima, chiamandolo fortiter et suaviter all'obbedienza: "La coscienza morale non chiude l'uomo dentro una invalicabile e impenetrabile solitudine, ma lo apre alla chiamata, alla voce di Dio. In questo, non in altro, sta tutto il mistero e la dignità della coscienza morale: nell'essere cioè il luogo, lo spazio santo nel quale Dio parla all'uomo"."
(166)

Pertanto, la coscienza produce un giudizio dell'intelletto pratico, lasciando da parte il processo di ragionamento, circa la moralità di un atto da fare o già realizzato. Vale a dire, l'uomo ha una capacità interna per "sapere", per emettere un giudizio, prima di utilizzare il suo ragionamento, sulla moralità delle sue azioni. Si potrebbe dire che la coscienza è la voce di Dio che risuona nell'interno di ogni uomo, e che è incisa nel suo cuore, e dà testimonianza della rettitudine o del male delle sue opere.

Possiamo perciò alla luce di quanto mostrato anche da qua, mettere la coscienza, nel Schema N° 2, nella parte corrispondente allo spirito, dove abbiamo detto che si produce l'interazione tra Dio e l'uomo.

Un aspetto molto importante della conoscenza implica considerare che c'è uno stato, chiamato stato cosciente, nel quale ci rendiamo conto che conosciamo, o in d'altri termini, avvertiamo che conosciamo; ma c'è un altro stato, chiamato incosciente, in cui, tanto se si è addormentato, o sveglio ma soffrendo di disturbi della mente (demenza grave, idiotismo, o essendo bambini molto piccoli) o alterazioni momentanee (ubriachezza, tossicodipendenza, ipnosi, ecc.), non avvertiamo la nostra conoscienza ne ci rendiamo conto delle nostre azioni. Questo concetto di avvertenza è essenziale per stabilire la gravità maggiore o minore del peccato, come vedremo più avanti.

Quindi, con tutto quello visto finora rimane descritta nella sua totalità la conoscenza coinvolta nell atto umano, che agirà nella seconda fase del atto razionale su l' altra potenza umana: la volontà.

Abbiamo già descritto come le fasi negli atti degli uomini sono tre: la conoscenza, tendenza o l'appetenza e l'azione, come l'abbiamo rappresentato graficamente nei diagrammi che accompagnano questo capitolo. A livello animale c'è una conoscenza sensibile, prodotta da quello percepito dai sensi, che genera una tendenza o appetenza chiamata passione.
Quando la conoscenza viene dalla intelligenza (conoscenza intellettuale), la appetenza o tendenza che si produce si denomina appetito razionale o volontà. Possiamo quindi definire la volontà come la facoltà dell'anima con la quale si cerca il bene conosciuto per l'intelletto.

L'oggetto proprio della volontà è il bene, non come è catturato dai sensi, bensí come le è proposto dall'intelligenza nel ragionamento, e la volontà cercarà questo bene. La volontà è un potere cieco, e si lancia a ciò che propone l'intelletto prendendolo sempre come il vero bene. L'atto proprio della volontà è l'amore, ossia l'unione affetiva con il bene conosciuto attraverso l'intelletto.

Gli atti propri della volontà si dividono in atti eliciti ed atti imperati. I primi sono quelli veramente propri della volontà, mentre che si chiamano imperati gli atti in cui la volontà comanda e vengono eseguiti da altre potenze, come i movimenti deliberati del corpo, o quando la volontà ordina all'intelletto di pensare.

Ora vedremo la sequenza degli atti della volontà, seguendo con lo stesso esempio utilizzato per illustrare gli atti dell'intelletto visto prima; intercaleremo nuovamente i suoi atti, cosa che ci permetterà d' apprezzare nell'insieme all'atto umano, ed anche osservare l'interazione esistente tra intelletto e volontà. Ovviamente, nella pratica, questa sequenza d'atti si produce come una totalità, senza potere essere isolato chiaramente ciascuno di loro:

Intelletto: semplice apprensione. -Potrei mangiare qualcosa.

Volontà: Semplice volere: è una mera compiacenza del fine rivelato per la semplice apprensione. -Mi piacerebbe mangiare.

Intelletto: Giudizio di possibilità e convenienza -Potrei mangiare, perché è già la ora, ma dovrebbe essere un pasto leggero perché non mi faccia male.

Volontà: Intenzione del fine: è la decisione di ottenere il fine proposto come conveniente per l'intelletto mediante Il giudizio di possibilità e convenienza. - Voglio andare a mangiare adesso.

Intelletto: Deliberazione o consiglio. -Forse potrei andare al ristorante di qui fronte, che ha una cucina molto elaborata, o quello che è a cinque isolati di distanza, ma che ha del pasto come fatto in casa.

Volontà: Consentimento alla proposta del consiglio dell'intelletto -Mi sembrano buoni i due ristoranti.

Intelletto: Ultimo giudizio pratico. -E meglio andare al ristorante più semplice, anche se è più lontano, perché mi sentirò dopo più leggero, già che devo continuare a lavorare.

Volontà: Libera ellezione, che è la decisione finale di efettuare l'atto. -Vado al ristorante che prepara i cibi come a casa mia.

Dopo dell'ellezione proviene l'organizzazione e il coordinamento delle altre potenze operative partendo da un ordine o imperio della volontà, con la quale muove alle potenze necessarie, producendo la terza ed ultima fase dell'atto razionale, che è l'azione. In questo esempio, la volontà ordinarà al corpo di alzarsi e camminare fino il ristorante scelto. Rimarrà ancora un ultimo atto proprio della volontà:

Volontà: Gioia o fruizione, già che, ottenuto il fine gradito, e anche posseduto, appare la felicità o gioia, e dopo di questa il riposo. -Che bene mi sento dopo aver mangiato questo cibo saporito ma molto sano!

Quando la volontà ottiene il bene ricercato da essa, si producono la gioia e la felicità, che costituiscono il sentimento di soddisfazione che colma il desiderio della volontà al cercare questo bene. In tutti gli esseri umani vi è un desiderio naturale, innato, di felicità, che soltanto può essere soddisfatto interamente dal possesso del bene supremo che è Dio, quello che si svolge in modo imperfetto qui sulla terra nella cosiddetta unione con Dio, ma che raggiungerà la sua perfezione con la visione beatifica nel cielo.

Questo è il motivo per cui l'uomo non può essere soddisfatto con i beni materiali, perché sono partecipati da altri, e, o li dobbiamo condividere, o ci sono levati in qualche modo. L'unico bene che può produrre la piena e completa felicità dell'uomo è Dio stesso.

Per terminare con lo studio sulla volontà diremo che così come l'appetito sensitivo produce movimenti che noi chiamiamo le passioni, che impulsano gli atti animali, l'appetito razionale o volontà anche possiede i suoi movimenti, che denominiamo sentimenti o affetti, che si differenziano da i movimenti del appetito sensitivo (passioni), in quanto essi si basano sulla conoscenza intellettuale, ed inoltre non sono così forti e impetuosi come questi. Dobbiamo anche tenere a mente in questo caso che i termini "sentimento" o "affetto" sono utilizzati con molti significati diversi a quelli che impiegamo in questo studio, per cui dobbiamo evitare confusioni.

I sentimenti possono essere classificati secondo che siano più o meno elevati gli oggetti che li generano, in modo che abbiamo, prima di tutto, i sentimenti razionali provenienti dal ragionamento basato su dati provenienti dai sensi e che nascono dal desiderio del bene onesto o bene razionale. Gli altri sentimenti già sono derivati dalla grazia attuando negli esseri umani, e sono chiamati sentimenti cristiani, quando provengono dal funzionamento della grazia al modo umano, e sentimenti divini, cuando appariscano dalla grazia operando al modo divino.

Sulla base di questi sentimenti o affetti, che sono molto numerosi e diversi, anche se alcuni coincidono nel loro nome con le passioni, si produrranno le azioni razionali.

Resta ancora un elemento molto importante da considerare: le potenze dell 'anima (l'intelletto e la volontà), man mano che ripetono i loro atti, sviluppano per operare alcune qualità stabili chiamati abiti, che le dispongono per lavorare più facile e rapidamente. Se sono buone abitudini, si chiamano virtù naturali, e se sono cattive, sono chiamate vizi.

Le virtù naturali o acquisite possono essere di due tipi: le virtù intellettuali, che perfezzionano l'intelletto per realizare meglio le loro operazioni proprie (la studiosità, la saggezza, la scienza, la guida di operazioni esterne, o "arte", che include l'architettura e ingegneria, la scultura, la letteratura, la musica e la pittura).
Queste virtù non hanno alcun rapporto con l'onestà dei costumi e degli atti umani, siccome si può essere un "virtuoso" straordinario del pianoforte, ed avere una vita perversa e completamente allontanata dalla moralità.

Troviamo anche le virtù morali naturali che adesso sono legate ai buon'costumi. Esse sono molto numerose, ma possono essere ridotte a quattro, denominate cardinali (di "cardinis", che è il cardine o perno sul quale girano le porte), già che su queste virtù gira tutta la morale umana:

*La Prudenza perfezziona l'intelletto, aiutando a cercare i mezzi più a proposito per cercare di raggiungere un fine naturale, come la prudenza del industriale, del commerciante, dell'artista, che cerca di guadagnare denaro o fama.
*La giustizia perfeziona la volontà di dare a ciascuno la sua parte secondo quello che stabiliscono le leggi umane.
*La fortezza attua sulla volontà rafforzando l'appetito irascibile per tollerare quello sgradevole ed affrontare ciò che è difficile da ottenere.
*La temperanza anche opera dalla volontà sopra l'appetito concupiscible, moderando la tendenza delle passioni verso i piaceri della carne.

Questo è il mecanismo degli atti razionali dell'uomo. Vediamo che nei suoi atti l'uomo a livello razionale è sottoposto a due forze o principi d'azione che tirano in direzioni diverse: quelle prodotte dal apetito sensitivo, le passioni, e quelle derivate dall'appetito razionale o volontà, i sentimenti.

Molte volte l'appetito sensitivo o sensuale disturba o si oppone, in qualche modo, all'appetito razionale, fatto questo che genera una lotta costante in ogni uomo, dove la sua intelligenza e volontà tentano di gestire ed educare le passioni che si generano in loro, cercando di scostarle dal male e di metterle al servizio del bene onesto, quello che significa in ultima istanza evitare che esse si disordino.

Ecco un esempio: una persona decide che vuole studiare e diventare un buon medico perché desiderebbe affermare il suo avvenire con questa professione, e, a sua volta, ritiene che potrà aiutare alle persone; questo è un bene onesto che la sua intelligenza suggerisce alla volontà, che allora tenderà verso di lui.
Ma questo scopo comporterà molte ore di studio, e sacrificare altre cose, piacevoli per i sensi, come il divertimento, il tempo libero, ecc., e dunque si stabilirà una lotta costante per evitare che l'appetito sensuale possa deviare alla volontà del obbiettivo fissato dello studio.

Troviamo allora che l' uomo naturale si trova così sottoposto alla lotta tra due forze: la forza della ragione, che si mostra a volte debole ed impotente per guidare ed ordinare la forza dei suoi instinti e passioni. San Paolo manifesta questa lotta chiaramente:
"La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste." (167).

Nel vocabolario paolino, "carne" significa esattamente quello che deriva dal appetito sensitivo. Nella Lettera ai Romani, spiega anche drammaticamente le conseguenze di questa lotta interna: "Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio." (168)

Ma in aggiunta esistono impedimenti interni ed esterni nel processo dei atti umani, che li deviano dalla retta via in cerca della verità che lo porterà a raggiungere il suo fine ultimo:

a) Impedimenti interni: si originano nel danno subito dalle facoltà dell'uomo a causa del peccato originale. L'intelletto ha perso la scienza infusa che possedeva nel Paradiso, nello stato di giustizia originale, e pur mantenendo la capacità di conoscere la verità, è molto incline al errore.
La volontà è influenzata dalla concupiscenza, che è una inclinazione interna dell'uomo verso il male ed al peccato, come è definito dal Catechismo:
"Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata " concupiscenza ").
La " concupiscenza ", nel senso etimologico, può designare ogni forma veemente di desiderio umano. La teologia cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell'appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L'Apostolo san Paolo la identifica con l'opposizione della " carne " allo " spirito ". È conseguenza della disobbedienza del primo peccato. Ingenera disordine nelle facoltà morali dell'uomo e, senza essere in se stessa una colpa, inclina l'uomo a commettere il peccato."
(169)

San Giovanni parla della triplice concupiscenza, che si trova nel mondo, nell'uomo razionale allontanato da Dio, e che non proviene dal Creatore:
"Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui; 16 perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo." (170)

Queste tre concupiscenze provengano dalla stessa causa, che è l'egoismo o amore disordinato di sé stesso che possiede l'uomo. Quando noi amiamo disordinatamente il nostro ego, anche sorgerà l'appetito disordinato per i beni terreni, che è da dove proviene il peccato. Quindi la triplice concupiscenza è come la radice dei cosiddetti peccati capitali, che sono le fonti da cui provengono tutti gli altri peccati. In realtà i peccati capitali, piuttosto che peccati, sono cattive abitudini o abiti viziosi (vizi), che possono facilmente trascinare al peccato.

Questi peccati capitali sono sette:
Dalla concupiscenza della carne, che è l'appetito disordinato per il piacere sensibile o sensuale, si derivano:
la gola, l'appetito disordinato per mangiare e bere, la lussuria, l'appetito disordinato per il piacere sessuale, e la pigrizia o accidia, che è la fuga dal lavoro e dalle realtà spirituali per il sforzo che presuppongono.
La concupiscenza degli occhi, che è l'amore disordinato dei beni materiali e le ricchezze, s'identifica con l'avarizia, come un desiderio veemente di essere in possesso di ricchezze e beni senza limiti.
Dalla superbia della vita nascono l'orgoglio o superbia propriamente detta, che è un disordine nell'inclinazione a stimare ciò che è buono nell'uomo, attribuendolo al proprio sforzo e non considerandolo come un dono di Dio, come avevamo visto in precedenza in riferimento al peccato originale; l'invidia, che è una profonda tristezza che è vissuta di fronte ai beni che altri hanno e che non si possiedono, e che fa male come se si trattasse di qualcosa che diminuirebbe la propria superiorità, e, infine, la collera, come un ardente desiderio di punire coloro che ritieniamo ci hanno aggredito o ferito in qualche modo.
La collera come passione può essere legittima, in risposta ad una aggressione, ma quando come sentimento va generando l'odio, il rancore ed il desiderio di vendetta, spesso sproporzionato in comparazione con l'offesa ricevuta, si può convertire in un peccato grave, per le sue conseguenze funeste.

Possiamo riassumere a questo punto il tema esposto dicendo che la triplice concupiscenza è una tendenza che colpisce gravemente la volontà umana, inclinandola verso i peccati capitali.

b) Impedimenti esterni: sono due, il mondo e il diavolo. Chiamamo mondo all'atmosfera anticristiana che si respira tra le persone che vivono completamente dimenticate di Dio e dedite soltanto alle cose della terra. La sua influenza, in particolare sull'intelletto, si manifesta con le false idee e massime, in opposizione al Vangelo, nelle burle e persecuzioni contro la vita di pietà e la famiglia cristiana, nei piaceri e divertimenti offerti ogni volta più abbondantemente e nei scandali e cattivi esempi.

Il demonio attua attraverso la tentazione, l'ossesione o infestazione e, molto raramente, per la possesione diabolica. Non può mai agire direttamente sull'intelletto né la volontà, in cui solo Dio può entrare con le sue mozioni, ma lo fa in modo indiretto, agendo sui sensi e molto fortemente sulla imaginazione, in modo da indurre in errore ai giudizi ed esacerbare le passioni, ravvivando l'azione della triplice concupiscenza, già che come insegna lo stesso Gesù, Satana fa della menzogna la sua arma preferita:
"Il Diavolo è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna." (171)

Siamo ora in grado di scorgere ciò che potrebbe essere chiamato il "meccanismo" del peccato, o la psicologia del peccato. Quello che rende possibile l'emergere del peccato è la debolezza della ragione umana (intelletto e la volontà), malata e diminuita dal peccato originale. Il fondamento di ogni peccato è che si produce un grave errore nell'íntelletto, da cui l'uomo può confondersi e prendere come un bene vero qualcosa che soltanto lo era in apparenza.

Dobbiamo tenere a mente che l'obiettivo proprio della volontà è il bene, al quale cerca per l'amore. Non è possibile da un punto di vista psicologico normale che la volontà si lanci verso il possesso di qualcosa, se l'intelletto non se lo presenta come un bene.
Pertanto, qualunque cosa che l'intelletto presenti alla volontà come un male, sarà immediatamente respinta da lei, e di ciò risulta che la volontà non può mai desiderare il male di per sé, dato che è l'opposto dell'oggetto proprio di questa facoltà, che è sempre il bene.

Abbiamo già visto che l'intelletto, indebolito dal peccato originale, può essere confuso, in primo luogo dalle passioni. Tutti sappiamo per esperienza che quando siamo sottoposti a una forte passione (collera, timore, amore sensuale, ecc.), attuamo in gran parte prescindendo del ragionamento, e facendo cose che altrimenti non faremmo.

Anche l'influenza dei criteri del mondo, o l'azione sottile del diavolo, essere spirituale con capacità superiori a quelle naturali dell'uomo, fanno errare l'intelletto, che presentarà alla volontà qualcosa che apparentemente è un bene, ma se accettato porterà al peccato. E molto importante notare come anche in un atto come un suicidio, che attenta contra il massimo bene materiale che possiede l'uomo, che è la sua vita, l'intelletto infermo e sbagliato presenta alla volontà che morire è meglio, per esempio, che vivere essendo disprezzato, o essendo un fallito, o soffrendo, o dovendo affrontare la giustizia, come possibili cause che spingono al suicidio.

A causa di questa psicologia del peccato, basata nel fatto che l'intelletto cade in errore per quanto riguarda alla convenienza di un bene apparente, si capisce perché i beati in cielo sono impeccabili (non possono peccare), perché al contemplare faccia a faccia a Dio, Verità Infinita, il suo intelletto solo può restare nella verità e non vi è alcuna possibilità che cada in un errore che permetta il peccato.

Questa è infine la situazione nella quale si trova l'uomo razionale, quando attua soltanto con le sue forze naturali. Come si può vedere facilmente, le risulta all'uomo in pratica impossibile con la sua sola capacità naturale, e sottoposto ai suoi nemici spirituali, avanzare verso il suo fine ultimo, perché è costantemente allontanato da Dio per la sua inclinazione al peccato. E questa la situazione vissuta in tutta la fase della storia umana conosciuta come l'Antico Testamento.

Ma Dio non dimentica ne l'uomo ne il suo clamore, eco di quello che già si udiva nel Antico Testamento:

"Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi." (172)

Anche il grido proviene dall'anima di San Paolo:
"Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?" (173)

La Redenzione di Gesù Cristo darà all'uomo il suo dono più prezioso, la grazia santificante, dando origine all'uomo nuovo o uomo spirituale, che potrà affrontare e superare la situazione nella quale si incontra, come lo vedremo nel prossimo capitolo.


PARTE SECONDA:

I Riferimenti al Capitolo 3

(162): Santa Teresa di Gesù, "Le mansioni," Mansioni prime, Capitolo 1.
(163): Ebrei 1,1-2
(164): Costituzione pastorale "Gaudium et spes", n. 22
(165): 1 Tessalonicesi 5,23
(166): Giovanni Paolo II, Enciclica "Veritatis splendor", N° 54, 57 e 58
(167): Galati 5,17
(168): Romani 7,18-19
(169): Catechismo della Chiesa Cattolica, N° 405 e 2515
(170): 1 Giovanni 2,15-16
(171): Giovanni 8,44
(172): Salmo 51 (50), 3-5
(173): Romani 7,21-24

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