Contempladores

La piena vita cristiana

Parte Prima: l'Origine Della Vita Cristiana.

Capitolo 4: La Salvezza Per Gesù Cristo.

Introduzione.

Parte Prima: L'origine della Vita Cristiana. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 1: Il proposito di Dio per l'uomo.
   Capitolo 2: Il Compimento del proposito di Dio.
   Capitolo 3: Dio non abbandona l'uomo: L'Antico Testamento.
   Capitolo 4: La Salvezza per Gesù Cristo.

Parte Seconda: Fondamenti della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Redenzione Oggettiva e Soggettiva.
   Capitolo 2: Gli effetti della Grazia Santificante.
   Capitolo 3: L'Azione della Ragione nell'uomo.
   Capitolo 4: L'Azione della Grazia nell'uomo.
   Capitolo 5: La Santità nella terra.
   Capitolo 6: La Gloria nel Cielo. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 7: I Fenomeni Mistici straordinari. Nuovo - Traduzione Completa

Parte Terza: I mezzi di crescita della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: L'Aspetto Negativo della Crescita Spirituale.
   Capitolo 2: La crescita per i Sacramenti cristiani. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 3: La crescita per il Merito e l'Orazione.
   Capitolo 4: La parte della Vergine Maria nella santificazione degli uomini.
   Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 5: La devozione al Sacro Cuore di Gesù come mezzo di santificazione.
   Nuovo - Traduzione Completa

Parte Cuarta: Lo svilluppo della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Vita spirituale al Modo Umano.
   Capitolo 2: La Vita spirituale al Modo Divino.

L'Incarnazione

Arriva un tempo determinato nella storia umana, deciso per Dio nella sua sovranità in cui si produrrà l'avvenimento di maggiore importanza in tutta la storia della salvazione degli uomini, previsto per Dio dallo stesso istante della caduta delle prime creature umane nel peccato originale, e la conseguente perdita dello stato di grazia chiamata "giustizia originale."

In che cosa consiste questo magno avvenimento? È l'invio per parte del Padre, prima persona della Trinità, di suo Figlio, seconda persona della Trinità, al mondo. Questo invio si realizzò nella pratica mediante un'operazione misteriosa denominata incarnazione del Figlio di Dio, anche chiamato nella Bibbia "il Verbo" o "la Parola":

"In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;" (66)

il Figlio di Dio, "facendosi carne" per il potere dello Spirito Santo, terza Persona della Trinità, sarà chiamato "Gesù Cristo", e, per ogni cristiano è essenziale avere chiaro con certezza chi è questo Gesù Cristo.

Diceva il Papa Giovanni Paolo II:

"Riconosciamo infatti che di fronte a Gesù non ci si può accontentare di una simpatia semplicemente umana per quanto legittima e preziosa, né è sufficiente considerarlo solo come un personaggio degno di interesse storico, teologico, spirituale, sociale o come fonte di ispirazione artistica. Intorno a Cristo vediamo spesso ondeggiare, anche tra i cristiani, le ombre dell'ignoranza, o quelle ancora più penose del fraintendimento quando non addirittura della infedeltà. È sempre presente il rischio di appellarsi al "Vangelo di Gesù", senza veramente conoscerne la grandezza e la radicalità e senza vivere ciò che a parole si afferma. Quanti sono coloro che riducono il Vangelo a loro misura e si fanno un Gesù più comodo, negandone la trascendente divinità, o vanificandone la reale, storica umanità, oppure manipolando l'integrità del suo messaggio, in particolare non tenendo conto del sacrificio della croce che domina la sua vita e la sua dottrina, né della Chiesa che egli ha istituito come suo "sacramento" nella storia." (67)

Il Cristianesimo, come tale, si riferisce ad una persona, Gesù Cristo, pertanto, in ultima istanza, vivere la piena vita cristiana significherà conoscere Cristo, amare Cristo ed imitare Cristo. E tutto incomincia per conoscerlo, prima dalla nostra intelligenza, e dopo dal "cuore", cioè, in forma sperimentale, come vedremo più avanti che si realizza nella orazione. Per quel motivo avanzeremo per conoscere di più sulla reale dimensione di questo Gesù Cristo.

Quando si produce l'incarnazione, il Figlio di Dio assume la natura umana per portare a termine attraverso lei la salvazione degli uomini. Questa natura umana si formerà nel seno di una giovane e vergine ebrea di Nazaret, in Galilea, chiamata María, chi stava promessa ad un uomo chiamato Giuseppe, discendente di Davide.
Da tutta l'eternità Dio aveva scelto María affinché fosse lo strumento ammirabile per il compimento di questo gran mistero, e già dal momento stesso della sua concezione ella era stata pienamente santa, senza macchia di peccato alcuno, piena totalmente di grazia, poiché per proposito divino aveva ricevuto la prerogativa unica di essere preservata del peccato originale, secondo quello che confessa la Chiesa Cattolica nel dogma Della Immacolata Concezione.

Ma Dio non volle avanzare nel suo progetto senza prima fare l’annuncio alla Vergine María ed ottenere di lei il suo libero consenso. Questa fu la missione raccomandata per il Padre all'angelo Gabriele nell'Annunciazione:

“Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.”
(68)

Dando assenso a quello che Dio gli chiedeva per mezzo dell'angelo Gabriele, María passò ad essere parte del piano di salvazione di Dio come strumento privilegiato, e, come dice san Ireneo, "per la sua obbedienza fu causa di salvazione propria e quella di tutto il genere umano.” (69)

Insegna Giovanni Paolo II:

“Riconosciamo infatti che di fronte a Gesù non ci si può accontentare di una simpatia semplicemente umana per quanto legittima e preziosa, né è sufficiente considerarlo solo come un personaggio degno di interesse storico, teologico, spirituale, sociale o come fonte di ispirazione artistica. Intorno a Cristo vediamo spesso ondeggiare, anche tra i cristiani, le ombre dell’ignoranza, o quelle ancora più penose del fraintendimento quando non addirittura della infedeltà. È sempre presente il rischio di appellarsi al “Vangelo di Gesù”, senza veramente conoscerne la grandezza e la radicalità e senza vivere ciò che a parole si afferma. Quanti sono coloro che riducono il Vangelo a loro misura e si fanno un Gesù più comodo, negandone la trascendente divinità, o vanificandone la reale, storica umanità, oppure manipolando l’integrità del suo messaggio, in particolare non tenendo conto del sacrificio della croce che domina la sua vita e la sua dottrina, né della Chiesa che egli ha istituito come suo “sacramento” nella storia.” (70)

María concepì Gesù per il potere dello Spirito Santo, senza intervento umano, e per quel motivo se la chiama anche "Sposa" dello Spirito Santo.

Insegna il Catechismo:
“La verginità di Maria manifesta l'iniziativa assoluta di Dio nell'Incarnazione. Gesù come Padre non ha che Dio” (71)


Chi è Gesù Cristo?

Leggiamo nel Catechismo:

“L'evento unico e del tutto singolare dell'Incarnazione del Figlio di Dio non significa che Gesù Cristo sia in parte Dio e in parte uomo, né che sia il risultato di una confusa mescolanza di divino e di umano. Egli si è fatto veramente uomo rimanendo veramente Dio. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. La Chiesa nel corso dei primi secoli ha dovuto difendere e chiarire questa verità di fede contro eresie che la falsificavano.” (72)

È importante per i cristiani avere chiaro che cosa significa che Gesù Cristo sia "vero Dio e vero uomo."

"Vero Dio" vuole dire che nella persona di Gesù Cristo esiste veramente la Seconda Persona della Trinità, il Figlio di Dio. È lo stesso Dio Padre che, come raccontano i Vangeli, testimonia davanti all'ascolto degli uomini che Gesù è suo Figlio amato: “E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».” (73)

Anche Gesù dà innumerabili volte testimonianza su sé stesso come Figlio del Padre: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.” (74)

Quando la natura divina si unisce alla natura umana nell'incarnazione del Figlio di Dio nel seno verginale di María per il potere dello Spirito Santo, si produce un'unione tra entrambe le nature conosciuta come "unione ipostatica", dove la natura umana è assunta per la divina, ma non assorbita.

Così, in Gesù Cristo troviamo le due nature, unite ma non confuse, ma una sola persona che è il Verbo, il Figlio di Dio. Tentiamo di chiarire un po' il concetto di persona. La persona non è il corpo, né l'anima, né neanche il corpo e l'anima uniti.
Il corpo e l'anima costituiscono la natura umana, e fanno ad un uomo completo. Ma la persona è quella che costituisce la totalità dell'essere, quello che ha autonomia ed indipendenza; possiamo dire allora che tutti gli esseri umani possiedono la stessa natura (natura umana), composta di corpo ed anima razionale, ma ognuna è una persona distinta, unica ed irripetibile.

Invece, Dio possiede la natura divina che condividono solo tre persone distinte, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, uniti indissolubilmente in un solo Dio, nel mistero della Trinità. Nell'incarnazione, la persona concepita e nata della Vergine María è una Persona divina, il Figlio, seconda persona della Trinità. Non c'è persona umana in Gesù Cristo, bensì la Persona divina del Verbo che ha assunto la natura umana, in un fatto misterioso, unico ed irripetibile. È la persona divina che opera nella natura umana e per mezzo della natura umana come se fosse un suo organo.

È per questa ragione che in vari Concili (Éfeso, Calcedonia, Secondo di Costantinopoli, nei secoli V e VI), si proclamò il dogma della Maternità divina di María, dando da allora alla Vergine il titolo di "Madre di Dio." In effetto, María è Madre di Dio, non perché il Verbo abbia preso di lei la sua natura divina, bensì perché ricevè di lei la sua natura umana, e la persona che nacque della Vergine a Betlemme fu il Figlio di Dio fatto uomo. Pertanto, distinguendo tra persona e natura razionale, risulta così María vera e propriamente Madre di Dio.

Gesù Cristo è "vero uomo" perché la sua natura umana possiede un'anima umana, come ogni uomo, dotata di intelligenza e volontà proprie. La sua intelligenza umana e la conoscenza derivata di lei fu crescendo come in ogni bambino, subordinato alle condizioni storiche e sociali che lo circondavano ed all'esperienza che continuava ad avere, come l'insegnano i Vangeli:
“Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.” (75)

Ma, d'altra parte, la conoscenza davvero umana di Gesù Cristo, per la sua unione con la natura divina del Figlio di Dio, godeva di scienza infusa, cioè, di conoscenza non acquisita in maniera umana, bensì infusa per Dio che gli permetteva conoscere "i propositi eterni che era venuto a rivelare."(76)
Molti teologi spiegano che l'intelligenza umana di Cristo conosceva nella terra tutte le cose del regno di Dio perché vedeva quello che insegnava nella luce della visione beatifica, nella stessa contemplazione di Dio che godono i santi nel cielo.

Allo stesso modo, Gesù Cristo possiede due volontà, l'umana e la divina, benché la volontà umana si accontenti con libera subordinazione, in maniera perfetta, alla volontà della sua natura divina. Lo stesso Gesù distingue molto chiaramente, come testimonia la Scrittura, tra la sua volontà umana e la sua volontà divina, che possiede in comune con Dio Padre; e subordina sempre la sua volontà umana alla divina:
“Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà».” (77)

L'unione delle due nature in Gesù Cristo è, senza dubbio, un mistero molto grande, molto difficile da abbracciare con la nostra intelligenza umana, ma non è qualcosa di assurdo né inintelligibile.

Possiamo riassumere così questo punto: la persona divina, Figlio di Dio, che possiede una natura divina, unita alla natura umana opera attraverso lei umanamente, con le limitazioni che l'impongono l'intelligenza e la volontà umane, benché le stesse siano informate ed influenzate profondamente per l'azione della natura divina alla quale sono unite; si può dire che le facoltà umane di Gesù Cristo sono "divinizzate" per l'unione col Verbo.

Vedremo già più avanti che, in una scala ovviamente molto distinta a Gesù Cristo, anche negli uomini che si aprono profondamente alla grazia redentrice e santificatrice che ci ha meritati il Signore, si produce una certa "divinizzazione" nelle sue facoltà ed atti umani; appaiono allora quelli che conosciamo come "i santi", che possono esclamare le stesse parole che diceva San Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.” (78)

Il santo è chi è morto quasi completamente alla sua vita di uomo razionale, vivendo ed essendo mosso per l'azione soprannaturale della grazia. Le sue azioni lasciano di essere umane, per essere divinizzate per l'azione dello Spirito Santo, e solo opera per impulso delle mozioni di Dio, conoscendo e seguendo perfettamente la sua volontà.

Non ci anticiperemo molto con questo tema, perché arriveremo già al momento di studiarlo a fondo, ma questa trasformazione prodigiosa della mente e volontà umane, questa "divinizzazione" dell'uomo, ci permetterà di captare meglio il portentoso fatto dell'incarnazione del Figlio di Dio, che è la porta che Dio apre all'uomo, affinché questo, perso e lontano del Padre per il peccato e le sue conseguenze, possa unirsi nuovamente a Dio al massimo che gli sia possibile, perché Dio si comunica di lì in più all'uomo di una nuova e soprannaturale maniera.

Di fronte a queste verità che ha sostenuto sempre la Chiesa nel trascorso del tempo, sorsero diverse eresie rispetto alla persona da Gesù Cristo: il docetismo ed i gnostici (secolo II) negavano la realtà del corpo umano di Gesù Cristo, dicendo che era solo un corpo apparente; l'arrianismo (secolo IV) insegnò che il Verbo si unì ad un corpo senza anima alcuna; l'eresia nestoriana, (secolo V), diceva che in Gesù Cristo c'erano due persone, un'umana ed un'altra divina. Contro questa eresia si pronunciò il Concilio di Éfeso nell'anno 431, proclamando la Vergine María "Madre di Dio."

Ci sono anche molte eresie che negano la divinità di Gesù Cristo; nell'antichità cristiana negarono la vera divinità di Cristo gli ebioniti, Cerinto e gli ariani; Nei tempi moderni la nega specialmente la teologia liberale che sebbene mantiene per Cristo i titoli di "Figlio di Dio" o "Dio", sostiene che Cristo è solamente figlio di Dio in senso etico, poiché in lui si sviluppò la coscienza che Dio è nostro Padre, e così seppe comunicarlo agli uomini.
Ugualmente seguendo l'insegnamento della teologia liberale, il modernismo abbandonò anche la fede nella divinità di Gesù Cristo, distinguendo il Gesù storico, considerato puro uomo, col "Gesù" della fede, creato per un'idealizzazione della pietà cristiana ed elevato al livello di divinità per influenza di idee pagane.

Quando la Chiesa afferma che Gesù Cristo è inseparabilmente vero Dio e vero uomo, ci presenta una realtà che abbraccia tutti gli aspetti della vita dell'essere umano: Cristo soffrì veramente nel suo corpo (patimento corporale) e nella sua anima (patimento morale), visse affetti sensitivi profondi (si rattristò, si angosciò, ebbe paura, si arrabbiò, si rallegrò, si riempì di gioia, si commosse, pianse, si sentì abbandonato per il Padre, ebbe pietà e misericordia per i poveri, i malati, i bambini, i peccatori, etc.).

E chi visse tutto questo fu la persona Figlio di Dio, per quel motivo dobbiamo accettare qualcosa di inaudito per qualunque altra religione: nella croce, quello che soffrì e morì è veramente Dio.


La missione di Gesù Cristo.

Visto con certezza chi è Gesù Cristo, c'occupiamo ora della missione per la quale il Figlio di Dio fu inviato al mondo. In una maniera generale, si può definire la missione di Gesù dicendo che venne per salvare agli uomini redimendoli del peccato.
Abbiamo visto già che il peccato, nella sua essenza, è una separazione volontaria di Dio, ignorandolo o respingendolo, vivendo ed agendo come se Dio non esistesse. Pertanto la redenzione di Gesù Cristo cerca che gli uomini tornino ad unirsi con Dio, avvicinandosi a Lui, quello che li libererà di essere sottomessi al potere del peccato e di chi le spinge ad esso permanentemente, il diavolo.

È per questo motivo che si chiama conversionel'azione dell'uomo che accetta la redenzione che gli regala Gesù Cristo, poiché implica un cambiamento totale di rotta, a somiglianza di quello che fanno le formazioni di soldati quando sfilando cambiano completamente la direzione di marcia.

È interessante vedere come il nome di Gesù Cristo che significa "Gesù il Cristo", rivela già chiaramente la sua missione. Il nome "Gesù" lo scelse Dio e lo rivelò ai genitori: a María glielo rivela l'angelo Gabriele nell'Annunciazione: “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.” (79); a Giuseppe glielo rivela anche un angelo, in sogno: “Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù” (80)

Nel suo senso etimologico "Gesù" significa "Yahveh libera”, salva, aiuta. Così fu che, nonostante che la tradizione implica che siano i genitori quelli che scelgono il nome dei figli, in questo caso il nome fu scelto per Dio prima della sua nascita, per già indicare la sua missione, quella di essere il Salvatore, il Liberatore degli uomini.

La genealogia di Gesù che presenta l'evangelista Matteo conclude così: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.” (81) Il termine "Cristo" è l'espressione in greco della parola ebrea "Messia" che significa "Unto." Tutta la tradizione profetica dell'Israele, come vedemmo nel capitolo anteriore, annunciava la nascita di un "Messia" inviato per Dio, chi dovrebbe stabilire una "nuova alleanza" col popolo di Dio.

Questo nome assegnato a Gesù implica riconoscere tacitamente che nella sua persona si darà compimento a tutte le profezie chiamate "messianiche", cioè, che si riferiscono all'apparizione del "Messia" come salvatore e liberatore del suo paese.
L'unzione con olio era abituale nelle tradizioni del popolo dell'Israele, e si riservava per quelle persone che ricevevano da parte di Dio la dignità come re, sacerdoti o profeti, e che riunivano in essi i ministeri necessari per guidare al popolo di Dio da parte di Yahveh.

Sarà precisamente a partire da questo triplo ministero di Gesù, come Messia o Unto di Dio che si porterà a capo la sua opera redentrice, come subito vedremo.


Il compimento della missione di Gesù Cristo.

Gesù, dopo della sua nascita, crebbe come ogni bambino ebreo; sono molto poche le allusioni a questo periodo della sua vita, chiamata la sua "vita nascosta", nei Vangeli. È Lucca che ci racconta che quando aveva dodici anni Gesù, stando a Gerusalemme per la festa della Pasqua, stette nel Tempio, ascoltando e domandando ai maestri della legge, che rimasero "stupefatti per la sua intelligenza e le sue risposte.” (82)

Avendo già Gesù più di trenta anni si produce un fatto che segnerà l'inizio della sua attività pubblica per compiere la missione di salvazione raccomandata per Dio Padre: il battesimo nel fiume Giordano, da parte di Giovanni:

“In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».” (83)

La presenza dello Spirito Santo in Gesù fin dalla sua concezione nel seno della Vergine María è indubbia, poiché stava in stato di grazia piena. Ma questo battesimo di Gesù significa l'unzione per il potere dello Spirito Santo, che attraverso i tre ministeri che porta questa unzione, reale, profetico e sacerdotale, spingerà Gesù ad iniziare la sua missione come Messia:
“Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.” (84)

Vedremo di seguito come operò Gesù per la salvazione degli uomini secondo la tripla unzione ricevuta ed il potere dello Spirito Santo che operava in lui.


L'unzione reale di Gesù Cristo.

Nell'Antico Testamento erano i re quelli che erano unti col ministero reale, per il quale esercitavano le funzioni di governare e di giudicare. La funzione di governare, in quell'epoca, aveva un aspetto molto importante, che era quella di dirigere le truppe nel campo di battaglia per lottare contro i nemici. Così lo vediamo nell'unzione del primo re, Saul: “Samuele prese allora l'ampolla dell'olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò dicendo: «Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo. Tu avrai potere sul popolo del Signore e tu lo libererai dalle mani dei nemici che gli stanno intorno.»” (85)

L'unzione reale di Gesù ha un doppio aspetto: liberare al suo popolo dello schiavitú del Diavolo e del peccato, per allora instaurare il Regno di Dio.
Che cosa fa in primo luogo Gesù dopo il suo battesimo nel Giordano? I tre Vangeli sinottici, Matteo, Marco e Lucca, ci raccontano la stessa cosa: Gesù si diresse al deserto, dove cominciò una dura lotta contro Satana che volle tentarlo: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo.” (86)

Vediamo un commento autorizzato sul significato delle tentazioni di Gesù (87):

"La lettura cristologica dell'episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto consiste in scoprire che tipo di Messia volle essere Gesù e scoprirlo giustamente a partire dal contrasto con le proposte di Satana. Queste hanno come obietto un messianismo attraente e trionfalistico, di impronta economica, pane e sazietà, politica, il potere dei regni della terra, e spettacolare (lanciarsi dal pinnacolo dal tempio), mentre il Padre, con le parole pronunciate su Gesù nel momento del Battesimo, le tracciò la strada opposta dell'umiltà, la sofferenza ed il servizio.
La lettura cristologica consiste anche in domandarsi come potè essere tentato Gesù e se la sua fu veramente tentazione. In questo senso, deve aversi presente che ci sono due classi di tentazioni: a) una tentazione soggettiva che parte dell'soggetto stesso che è tentato e presuppone in lui, in qualche modo, l'esistenza del peccato, anche se non siapiù che il peccato originale; b) una tentazione obiettiva che parte dell'esterno, di Satana in persona, o di una situazione di fatto che si presenta all'individuo, capace di fare sorgere in lui il dubbio su Dio e, attraverso il dubbio, la disubbidienza. La tentazione di Gesù non fu soggettiva (in lui, innocente, non c'era niente che potesse fomentare la tentazione); fu, al contrario, una tentazione obiettiva e pertanto una situazione di fatto (il contrasto tra l'amore dichiarato del Padre e la sua situazione di fame ed impotenza) che Satana trattò di utilizzare per diminuire la fiducia di Gesù nel Padre. La tentazione di Gesù non proviene dal suo interno, bensì di fuori.
Per spiegare l'esistenza di simile tentazione in Gesù e prenderla per certo, e non considerarla fittizia o pedagogica (cioè, per insegnarci come si fa), è sufficente ricordare la sua incarnazione reale, il suo essere uomo, dotato di libertà umana oltre quella divina, il suo potere essere ubbidiente che suppone per lo meno la possibilità della tentazione –si capisce, obiettiva- di non ubbidire. Di questa maniera la lettura cristologica delle tentazioni ci rivela chi Gesù Cristo, è come è fatta, nella profondità, la sua persona divino-umana.
In modo che Gesù fu davvero tentato e vinse la tentazione; giustamente in questo si trasformò in modello per noi, nel fatto di avere vinto una tentazione "vera", come sono vere le nostre tentazioni, ancora quando la sua fu senza colpa, mentre le nostre invece molte volte non lo sono.”
(88)

Il trionfo di Gesù di fronte alla tentazione di Satana, dicendo fermamente "Non!” alle tre proposte del Diavolo, distrusse totalmente l'arma principale di Satana che è il fomentare la ribellione contro Dio. Affrontata la tentazione col potere dello Spirito Santo, questa è vinta; rimarrà a Satana, per il momento, solamente il suo potere sulla morte, ma questo lo perderà anche nella lotta contro Gesù durante la Passione, derivata dalla sua unzione sacerdotale, che subito vedremo.

L'altro aspetto dell'unzione reale di Cristo è il suo carattere di "Messia Re." Già nell'Annunciazione, l'angelo Gabriele parla alla Vergine María della regalità del figlio che concepirà: “Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine.” (89)

Qui l'espressione "padre" che è dato a Davide in relazione a Gesù significa che questo è del lignaggio di Davide, il suo discendente, quello che si realizza perché suo padre politico, Giuseppe, appartiene alla casa di Davide. Si vede qui il compimento dell'antica promessa fatta al re Davide: “Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno.” (90)

Pertanto la tradizione biblica del "re messianico" avrà compimento nell'unzione reale di Gesù, benché questo "Regno di Dio", del quale Cristo sarà Re, non avrà le connotazioni che sostenevano le idee degli ebrei nell'epoca di Gesù: non sarà un'istituzione politica o giuridica, bensì la Potestà di Dio sugli uomini, la sua Volontà onnipotente accettata liberamente e per amore per tutti gli uomini.
Sarà precisamente il concetto ed il contenuto di questo "Regno di Dio", e la sua realizzazione storica, quello che rivelerà Gesù attraverso l'esercizio della sua unzione profetica.


L'unzione profetica di Gesù Cristo.

Immediatamente dopo avere vinto le tentazioni di Satana nel deserto con la sua unzione reale, Gesù comincia il suo ministero profetico pubblico:

“Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.”
(91)

Gesù dice chiaramente che in lui si realizzeranno le parole profetiche di Isaia che egli è chi annuncerà la Buona Novella, che è il significato di "Vangelo."

Quale è questa "Buona Novella” che Gesù annuncerà? L'evangelista Marco riassume il suo significato:
“Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».” (92)

Vediamo gli elementi che rinchiude questa proclamazione di Gesù; sono due principali: in primo luogo, il regno di Dio è vicino e dopo, convertitevi e credete.
In primo luogo il Signore annuncia che il Regno di Dio è "vicino." Ma altre volte parlerà di un regno che è già arrivato: “Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!».” (93)

Quello che Gesù vuole trasmettere è che il Regno di Dio, in quanto al potere operante dello Spirito Santo tra gli uomini, è già arrivato, perché egli stesso lo porta, ma che la consumazione o perfezione di questo Regno è qualcosa futuro, qualcosa che si produrrà in un tempo sconosciuto. Per quel motivo Gesù insegna ai suoi discepoli a chiedere al Padre la venuta di questo Regno, nella preghiera del Padre nostro: “Venga il tuo regno” (94)

Qui Gesù, col suo insegnamento e predicazione a partire dalla sua unzione profetica, rivelerà un mistero che rimaneva nascosto tra le profezie dell'Antico Testamento e che ora diventerà chiaro: ci saranno due venute distinte del Messia o Salvatore. La prima, è già compiuta con l'incarnazione del Verbo, ed è una venuta in umiltà e povertà, ed è quella che dà principio al Regno di Dio tra gli uomini, che crescerà lentamente, come l'insegna il Signore attraverso molte delle sue parabole:
“Un'altra parabola espose loro: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami».” (95)

La seconda venuta di Gesù al mondo, essendo ritornato già alla presenza del Padre dopo la sua passione, morte e resurrezione, sarà per instaurare in forma completa e definitiva questo Regno di Dio, con una ricreazione totale del mondo, e sarà una venuta in gloria e maestà, come Re di tutto quello creato.

Anche Gesù rivelerà la dimensione di eternità del Regno, e la resurrezione finale dei corpi dei salvati per partecipare della vita in questo Regno senza fine. Si apriranno così nuove dimensioni nel concetto di Regno di Dio messianico che avevano gli ebrei, come la dimensione di eternità e la dimensione celestiale, e non solo terrena che fino ad allora imperava.

La seconda parte nell'annuncio della "Buona Novella" da parte di Gesù dice: "Convertitevi e credete." Quale è la gran novità che porta questo annuncio rispetto all'Antico Testamento? Prima di Gesù la conversione significava tornare a compiere i termini dell'alleanza con Dio che si sarebbero violati, a partire da una rinnovata osservanza della Legge:
“Convertitevi a me - oracolo del Signore degli eserciti - e io mi rivolgerò a voi, dice il Signore degli eserciti. Non siate come i vostri padri, ai quali i profeti di un tempo andavan gridando: Dice il Signore degli eserciti: Tornate indietro dal vostro cammino perverso e dalle vostre opere malvage.” (96)

La conversione si otteneva cambiando la condotta di vita, e quella conversione era condizione per la salvazione; così, la salvazione si otteneva per le opere mediante il proprio sforzo.
Gesù rovescia completamente le cose con la sua rivelazione: convertirsi significa ora credere nella Buona Novella che il Regno di Dio è presente tra gli uomini, cioè, accettare per la fede il dono di Dio della Salvazione che si offre in forma gratuita, prendendo questo Regno che è arrivato, con tutto quello che contiene, facendolo proprio, ed allora si otterrà la salvazione.

La salvazione non è oramai prodotto dello sforzo dell'uomo per compiere i comandamenti di Dio, ma è dono di Dio che regala attraverso l'azione dello Spirito Santo tutta quello necessario per accettarla e riceverla. Tutto questo lo vedremo in dettaglio nelle parti seguenti di questo libro, ma per adesso, per captare il cambiamento radicale nella salvazione degli uomini che porta l'incarnazione del Figlio di Dio, rimaniamo con questa idea espressa così chiaramente:
"«Convertitevi e credete» non significa due cose diverse e successive, bensì la stessa azione: convertitevi, cioè, credete; convertitevi credendo! Conversione e salvazione si sono cambiate posto: oramai non prima la conversione e dopo la salvazione («convertitevi e vi salverete; convertitevi e la salvazione vi verrà»), bensì prima la salvazione e dopo la conversione («converttitevi, perché siete salvati; perché la salvazione vi è venuta»). L'ordine antico era: peccato-conversione-salvazione; l'ordine nuovo è: peccato-salvazione-conversione. Prima c’e l'opera di Dio e dopo la risposta dell'uomo, non viceversa. È stato Dio che ha preso l'iniziativa della salvazione: ha fatto arrivare il suo regno; l'uomo deve accogliere solo, nella fede, l'offerta di Dio, e vivere dopo le sue esigenze.” (97)

Con l'incarnazione, vita, passione, morte e resurrezione di Cristo, e per i suoi meriti, la Salvazione di Dio è dono per gli uomini, e fu guadagnata da Gesù Cristo per il ministero al che lo portò la sua unzione sacerdotale.


L'unzione sacerdotale di Gesù Cristo: la sua preghiera.

Il terzo aspetto dell'unzione di Gesù Cristo corrisponde al ministero sacerdotale. In che cosa consiste il ministero sacerdotale lo troviamo spiegato nel Nuovo Testamento:
“Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì.” (98)

Il sacerdote è colui che ha come ministero offrire preghiere e sacrificia Dio, operando come mediatore tra Dio e gli uomini.
Il Concilio di Éfeso (431), insegna che "il Verbo di Dio si fece egli stesso il nostro Pontefice quando prese carne e rimase fatto uomo come noi." Pertanto, Gesù è sacerdote attraverso la sua natura umana.

Esercitò Gesù, in primo luogo, il suo sacerdozio a partire dalla sua preghiera.Quella che risalta nella vita pubblica di Gesù è la sua predicazione del Regno, i segni e miracoli che opera, la capacità di scacciare demoni e le controversie con gli scribi e farisei. Ma, come nascosto tra questi avvenimenti vistosi, troviamo un Gesù, che nella sua intimità quasi la cosa unica che mostra è che prega, in ogni occasione, ed a volte per lungo tempo, come una notte intera.

È in questi momenti di preghiera che si esprime con tutta la sua intensità l'intima unione del Figlio col Padre, a cui si dirige con la pienezza della sua esistenza umana. Per Gesù la preghiera era come respirare, era la sua vita stessa, ed accompagnava sempre gli avvenimenti importanti della sua vita, le decisioni cruciali che doveva prendere. Vediamo come ci presentano la preghiera di Gesù alcuni passaggi dei Vangeli:

Gesù pregò quando fu battezzato nel Giordano: “Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba.” (99)

Gesù pregava prima di andare a predicare: “Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».” (100)

Pregava dopo che guariva: “La sua fama si diffondeva ancor più; folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare. (101)

Lasciava ai discepoli e pregava: “Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.” (102)

Pregava quando si trasfigurò e mostrò la sua gloria: “Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.” (103)

Pregò tutta la notte per scegliere i suoi apostoli: ”In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli.” (104)

Il Vangelo di San Giovanni ci presenta molte delle petizioni che Gesù faceva al Padre nelle sue preghiere, per le quali intercedeva specialmente per i suoi discepoli:
“Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità.” (105)

Gesù è il Sommo Sacerdote che intercede davanti al Padre per gli uomini, nell'unità totale che forma con Lui. La caratteristica più chiara della preghiera di Gesù è la profonda familiarità ed intimità con che si dirigeva al Padre, quello che si espressava nel vocabolo che usava: "Abbá!", che significa padre, papà, in un'espressione usata familiarmente per i bambini piccoli. Questa parola non era stata mai usata nelle preghiere degli ebrei, e rinchiude una meravigliosa novità nel discorso di Gesù che deriva dal fatto capitale che è lo stesso Figlio di Dio che prega.

Anche nella preghiera di Gesù si percepisce come un continu rendimento di grazie, perché nel centro stesso di tutto quello che Gesù fa e dice, si trova la profonda coscienza del dono, che tutto viene da Dio Padre, e l'unica risposta che può ricevere il dono è la gratitudine, il rendimento di grazie. Vediamo alcuni esempi:
Gesù ringrazia nel miracolo della moltiplicazione dei pani ed i pesci: “Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero.” (106)

Ugualmente Gesù prega ringraziando nel miracolo della resurrezione di Lázaro:
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».” (107)

Specialmente Gesù dà grazie all'istituire l'Eucaristia nell'Ultima Cena:
“Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi».” (108)

"Eucaristia" è l'espressione in greco di "rendere grazie”, per quello che la celebrazione del sacramento dell'Eucaristia o Messa, come sacrificio del Corpo ed il Sangue di Cristo, è la massima espressione di rendimento di grazie a Dio.

Dice Giovanni Paolo II:

“Il canto di ringraziamento della Chiesa che accompagna la celebrazione dell’Eucaristia, nasce dall’intimo del suo cuore, e anzi dal Cuore stesso del Figlio, che viveva di ringraziamento. Si può ben dire che la sua preghiera, e anzi tutta la sua esistenza terrena, divenne rivelazione di questa fondamentale verità enunciata nella Lettera di Giacomo: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce” (Giac 1, 17). Vivendo di ringraziamento, Cristo, il figlio dell’uomo, il “nuovo Adamo”, sconfiggeva alla radice stessa il peccato che sotto l’influsso del “padre della menzogna”, era stato concepito nell’animo “del primo Adamo” (cf. Gen 3). Il ringraziamento restituisce all’uomo la consapevolezza del dono elargito da parte di Dio fin “dall’inizio” e nello stesso tempo esprime la disponibilità a ricambiare il dono: dare con tutto il cuore a Dio se stessi e ogni altra cosa. È come una restituzione, perché tutto ha in lui il suo inizio e la sua fonte.” (109)

Sentimento profondo di amore filiale ed autentico rendimento di grazie a Dio per ricevere tutto di Lui, furono gli elementi essenziali della preghiera di Gesù che, per l'azione dello Spirito Santo, come già vedremo, si riproduce nella preghiera di ognuno dei credenti.


L'unzione sacerdotale di Gesù Cristo: la sua passione e morte di croce.

Il secondo aspetto del ministero sacerdotale di Gesù è il sacrificio per i peccati degli uomini. Gesù Cristo non si limitò solo a fare conoscere nuove idee su Dio ed i suoi comandamenti, ma costruì il ponte che tornerebbe a coprire l'abisso aperto tra Dio e gli uomini per il peccato, a partire dal suo sacrificio.

Vedemmo già che il mestiere proprio del sacerdote è quello di essere mediatore tra Dio e gli uomini, quello che significa offrire a Dio le preghiere ed il sacrificio, e dare al popolo quello che si riceve di Dio. Pertanto, nella mediazione sacerdotale troviamo un movimento ascendente verso Dio, ed un altro discendente, da Dio agli uomini.
Nel sacrificio si realizza in formi perfetta questa doppia mediazione: c'è un offerente (il sacerdote), un'offerta visibile che si dà a Dio (che si denomina oblazione), un fine del sacrificio, che consiste primariamente nel riconoscimento della sovranità di Dio attraverso la supplica, l'adorazione e il rendimento di grazie del sacerdote, tutto quello che costituisce l'azione ascendente, e dopo la risposta di Dio come dono, fatto a chi offrono il sacrificio.

Il sacrificio sacerdotale è tanto più perfetto quanto più si senta unito con Dio il sacerdote, e quanto più unito stia con gli uomini per cui offre il sacrificio. A partire da questi principi si vede molto chiaramente che il sacrificio sacerdotale di Cristo è il più grande che può concepirsi.

Abbiamo presente che Gesù è sacerdote, non come Dio, bensì come uomo, perché il mediatore deve essere un intermediario tra Dio e gli uomini, e, pertanto, deve essere inferiore a Dio. Non possiamo immaginare un sacerdote più unito a Dio che Gesù Cristo, con una santità piena ed esento di ogni peccato ed imperfezione, poiché la sua umanità è santificata per l'unione personale (ipostatica) che l'unisce col Verbo che la possiede intimamente e per sempre. Per questo motivo le azioni sacerdotali di Gesù Cristo, che procedono dalla sua intelligenza e dalla sua volontà umane, prendono nella terra un valore soddisfacente e meritorio infinito che esse ricevono dalla persona divina del Figlio di Dio.

Nel caso di Gesù Cristo il suo sacrificio è anche perfetto perché il sacerdote e l'offerta, cioè, la vittima del sacrificio, sono la stessa cosa. Gesù si offre al Padre come offerta egli stesso, il suo corpo ed anima umane sono la vittima nel sacrificio della croce. La missione messianica di Cristo come Salvatore degli uomini implica una realtà concreta che ora appare con tutta la sua forza: Dio inviò al mondo a suo Figlio affinché portasse a termine la Redenzione mediante il sacrificio della sua propria vita nella morte di croce. Questo avvenimento come proposito di Dio continua ad essere un mistero non spiegabile in forma esaustiva per la ragione umana, ma la risposta sorge dalla stessa Rivelazione di Dio.

Dice il papa Giovanni Paolo II:

“Perché la croce di Cristo?”; Gesù stesso formula tale risposta: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). Quando Gesù pronunciava queste parole nel colloquio notturno con Nicodemo, probabilmente il suo interlocutore non poteva ancora supporre che la frase “dare suo Figlio” significasse “darlo alla morte in croce”. Ma Giovanni, che la narra nel suo Vangelo, ne conosceva bene il significato. Lo sviluppo degli eventi aveva dimostrato che era proprio quello il senso della risposta a Nicodemo: Dio “ha dato” il suo Figlio unigenito per la salvezza del mondo, dandolo alla morte di croce per i peccati del mondo, dandolo per amore: “Dio . . . ha tanto amato il mondo”, la creazione, l’uomo! L’amore rimane la definitiva spiegazione della redenzione mediante la croce. Esso è l’unica risposta alla domanda “perché?” a proposito della morte di Cristo compresa nell’eterno disegno di Dio.
Si tratta di un amore che supera la stessa giustizia. La giustizia può riguardare e raggiungere colui che ha commesso una colpa. Se a soffrire è un innocente, allora non si parla di giustizia. Se un innocente che è santo, come Cristo, si consegna liberamente alla sofferenza e alla morte di croce, per compiere l’eterno disegno del Padre, ciò significa che Dio nel sacrificio del suo Figlio passa in un certo senso oltre l’ordine della giustizia per rivelarsi in questo Figlio e per suo mezzo in tutta la ricchezza della sua misericordia - Dives in Misericordia (Ef 2, 4), - quasi per introdurre, insieme a questo Figlio crocifisso e risorto, la sua misericordia, il suo amore misericordioso, nella storia dei rapporti tra l’uomo e Dio.
Colui che “non aveva conosciuto peccato” - il Figlio consostanziale al Padre - portò su di sé il terribile giogo del peccato di tutta l’umanità, per ottenere la nostra giustificazione e santificazione. Ecco l’amore di Dio rivelato nel Figlio. Per mezzo del Figlio si è manifestato l’amore del Padre “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8, 32).”
(110)


Il valore soddisfacente e meritorio del sacrificio di Gesù Cristo.

Per entrare nell'essenza del mistero della Redenzione, come fonte di tutte le grazie che hanno ricevuto, ricevono e riceveranno gli uomini, è necessario considerare quelli che costituiscono gli atti soddisfacenti e meritori del sacrificio di Cristo, ed il valore infinito che possiedono.

Per soddisfazione si capisce la riparazione di un'offesa, portata a capo per una compensazione volontaria dell'ingiustizia inferita. Quando questa soddisfazione non è prodotta per chi è stato l'aggressore, bensì per qualcuno che lo rappresenta, parliamo allora di soddisfazione vicaria. Questa è stata la riparazione del peccato degli uomini per Gesù, chi non aveva peccato alcuno, ma caricò su sé tutti i peccati dell'umanità, quelli commessi prima della sua passione, e quelli che si commetterebbero dopo fino al fine dei tempi: “Appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti.” (111)

Su questa soddisfazione di Gesù Cristo ci parla anche chiaramente Giovanni Paolo II:

“Con l’omaggio perfetto della sua obbedienza Gesù Cristo riporta una perfetta vittoria sulla disobbedienza di Adamo e su tutte le ribellioni che possono nascere nei cuori umani, più specialmente a causa della sofferenza e della morte, sicché anche qui si può dire che “dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20). Gesù riparava infatti la disobbedienza, che è sempre inclusa nel peccato umano, soddisfacendo al nostro posto le esigenze della giustizia divina.
Così san Tommaso può asserire che la prima ragione di convenienza che spiega la liberazione umana mediante la passione e la morte di Cristo, è che “in questo modo l’uomo conosce quanto Dio lo ami, e l’uomo a sua volta viene indotto a riamarlo: e in tale amore consiste la perfezione dell’umana salvezza (S. Thomae “Summa Theologiae”, III, q. 46, a. 3).”
(112)

L'altro aspetto del mistero della Redenzione come fonte di tutte le grazie è data per il valore meritorio del sacrificio di Cristo. Vediamo il concetto di questo: si chiama merito in generale ad ogni atto buono realizzato a beneficio di un'altra persona che è degno di essere ricompensato.
Nel campo militare è conosciuta l'onorificenza che si dà ai soldati che hanno compiuto nella battaglia azioni eroiche a beneficio di altri, chiamata "medaglia al merito”. Gesù Cristo meritò davanti a Dio una ricompensa per la sua passione e morte, quello che costituisce il valore meritorio del suo sacrificio. I meriti di Cristo hanno un valore assolutamente eccezionale, infinito, per il fatto che provengono da atti umani realizzati per una persona divina la cui dignità è infinita.

Il merito di Gesù Cristo si applica, in primo luogo, alla sua propria persona; per il suo sacrificio ha meritato: la sua gloriosa resurrezione, la sua ascensione al cielo e l'esaltazione del suo Nome soprattutto nome, come dice San Paolo:

“Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.” (113)

Ma anche, e come coronamento della sua missione di Salvatore degli uomini, Gesù Cristo ha meritato per essi la vita della grazia e l'eternità e tutti gli aiuti soprannaturali che hanno bisogno gli uomini per potere arrivare fino al compimento della sua fine soprannaturale. Ha restituito all'uomo quello che aveva perso a causa del peccato originale, e che questo, con la sua cooperazione libera, dovrà accettare e ricevere.


La discesa di Gesù Cristo agli inferni.

L'Antico Testamento rivela che, dopo la separazione tra l'uomo e Dio per il peccato originale, e l'entrata della morte nella realtà umana, esiste un stato dopo la morte nel quale le anime dei defunti rimangono nello sheol ("hades" in greco), o inferno, un luogo situato sotto alla terra, in un abisso inaccessibile ai vivi, come contrapposizione al "cielo", dimora di Dio e gli angeli.

Dopo la sua morte che fu reale e non apparente, Gesù Cristo, con la sua anima separata dal corpo, che rimase nel sepolcro, "discese agli inferni2, come lo presenta la professione di fede cristiana nel Credo. Che cosa andò a fare lì Gesù? Andò a proclamare la Buona Novella alle anime dei giusti che abitavano lì, e che erano private di stare nella presenza di Dio, facendo validi per essi i frutti della Redenzione, cioè, aprendo l'accesso alla visione di Dio nel cielo.

Dice il Catechismo:
“Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l'inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l'avevano preceduto.
«La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti. . .» (1Pt 4,6). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell'annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell'opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione.”
(114)


La risurrezione di Gesù Cristo e la sua ascensione al cielo.

La resurrezione di Cristo dopo la morte è una verità fondamentale del cristianesimo, testimoniata in primo luogo per il sepolcro vuoto, e dopo per le numerose apparizioni, nelle quali Gesù conversò coi suoi discepoli ed apostoli, lasciò che lo toccassero e mangiò con essi.

San Paolo ci dice davanti a questo fatto:
“Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! 14 Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.” (115)

Il Catechismo ci insegna:
“La Risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prime della Pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena “ordinaria”. Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La Risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un'altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella Risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è “l'uomo celeste” [Cf 1Cor 15,35-50 ].” (116)

Quello che più interessa è il senso e la portata del fatto della Resurrezione di Gesù Cristo che presenta un aspetto complementare del sacrificio del Signore: per la morte ci libera dello schiavitú del peccato, come già vedemmo, e per la resurrezione c'apre l'accesso ad una vita nuova, la vita della grazia di Dio. Vediamo questo in più dettaglio: Cristo, con la sua obbedienza fino ad accettare la morte, vince la disubbidienza a Dio, radice del peccato.

Inoltre carico su sé tutti i peccati degli uomini, offrendosi come vittima sacra per soddisfare la giustizia di Dio. E, con la sua resurrezione, vince definitivamente al peccato, poiché la morte entra al mondo come conseguenza del peccato:
“Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.” (117)

La resurrezione di Cristo, che lo mostra conquistatore della morte, implica anche che è il segno definitivo per mostrare che è il vincitore del peccato, e che questa vittoria si fa estensiva a tutti gli uomini:
“O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.” (118)

Il Figlio di Dio, nell'incarnazione, "discese" dal cielo, per prendere la natura umana. Dopo morto e risuscitato "ritornerà al Padre”, nell'ascensione al cielo:
“Poi (Gesù) li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo.”
(119)

Gesù Cristo stesso aveva anticipato già ai suoi discepoli nell'Ultima Cena l'evento della sua ascensione al cielo:
“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre.” (120)

Per il fatto di andare al cielo con la sua natura umana, ed elevarla allo stato di gloria, Gesù Cristo chiude il mistero della Salvazione degli uomini, poiché di questa maniera "apre" nuovamente l'accesso degli uomini al cielo, alla presenza di Dio, chiuso per il peccato originale. La natura umana in Gesù Cristo ha consumato la sua fine ultima che è figura ed anticipo di quello che succederà finalmente ai salvati alla fine dei tempi, con la resurrezione universale.

Vivendo la stessa vita di Cristo, che è la vita della grazia che ci comunica il battesimo, come vedremo in dettaglio nella Seconda Parte, potremo essere liberati del peccato, cominciando a vivere una nuova vita. Questa è la conseguenza fondamentale che deriva dalla resurrezione di Cristo: per i suoi meriti, ed elevato alla gloria del cielo nella presenza del Padre per la sua ascensione dopo risuscitato, da lì intercede per gli uomini ed invia loro i doni della sua grazia, aprendo il cammino della salvazione a tutti quelli che lo accettino, che implica arrivare dopo la morte anche alla presenza di Dio e, nel fine dei tempi, resuscitare ed unire nuovamente le sue anime ad un corpo glorioso simile a quello di Gesù Cristo.


Conclusioni finali sulla Redenzione di Gesù Cristo.

In moltissimi persone esiste un'idea, ovviamente sbagliata, ma che presenta loro un'immagine molto distorta di Dio: credono che Dio Padre, nella sua impassibilità inaccessibile nell'altezza dei cieli, condannasse alla morte di croce a suo Figlio, affinché col suo sacrificio desse soddisfazione alla sua dignità offesa per il peccato degli uomini, riparando così la terribile offesa della creatura verso il suo Creatore.

Allora, "placata" l'ira del Padre con la morte di suo Figlio, è disposto a perdonare l'enorme debito degli uomini per il suo peccato. Ovviamente, quelli che pensano così, subito riferiscono questo atteggiamento di Dio col suo "permissivismo ed indifferenza" rispetto al male nel mondo, all'ingiustizia, crimini, vessazioni e sofferenze di tanto innocenti.

Rispetto a questo ultimo, vedemmo già all'inizio del libro, quando parliamo del peccato, che non è attribuibile in nessun modo a Dio, ma sussiste ancora questa terribile immagine del Padre che non trepida in mandare alla tortura e la morte a suo proprio Figlio.

Mettiamoci per un momento, in qualche modo, nel posto di Dio Padre, (come farlo?), e vediamo a che problema si affronta, in un momento preciso, nella sua relazione con gli uomini: il primo uomo e la prima donna creati, si allontanarono dalla sua presenza, indotti per la tentazione, poiché per superbia vollero "essere come dei" solo per sé stessi.

La sua discendenza affondò nel peccato, ed allora Dio decise un nuovo principio per la razza umana, a partire da Noé e la sua famiglia, unici sopravvissuti del diluvio sulla terra. Tuttavia, nuovamente i discendenti del Patriarca antidiluviano, peccano e si allontanano da Dio, ed allora Egli decide formare un popolo per sé, partendo d'un altro patriarca, Abramo. Sorgerà da lui il popolo eletto, la nazione israelita, che una ed altra volta si allontanerà in forma sistematica dal suo Dio, volgendosi ad adorare altri dei, semplici idoli fabbricati per gli uomini.

Questa condotta porterà al popolo di Dio successivi tempi di disgrazie, sottomissione ad altre nazioni, esili e sofferenze di ogni tipo, nonostante le ripetute avvertenze ed ammonimenti di Dio attraverso i suoi profeti.
Persa la sua sovranità e sommessa a nazioni poderose, come i greci in primo luogo ed i romani dopo, la nazione israelita che sussiste (solo due tribù di dodici), rimarrà rinchiusa in un culto al suo Dio puramente esterno, con sacrifici rituali nel Tempio di Gerusalemme, convertito in una grotta di ladri ed opportunisti che si approfittano delle necessità del popolo; si sono allontanati sempre di più dallo spirito dell'alleanza fatta con Yahveh, il suo Dio, il peccato è generalizzato, e l'uomo non riesce, nonostante il suo sforzo, plasmare in opere buone, unite alla sincerità del suo cuore, il culto a Dio.

Di fronte a questo panorama ogni volta peggiore, come fare che tutti i peccati degli uomini, quelli commessi fino a questo momento, e tutti quelli che si commetteranno fino alla fine dei tempi, possano essere perdonati e cancellati? Chi potrà caricare con tutti essi ed espiare per ognuno degli stessi?

Evidentemente non poteva esistere nessun essere umano nel mondo che fosse in condizioni di assumere su sé stesso tutto il peccato dell'umanità, ed, allora, espiare per tutto quell'enorme peso col suo sacrificio. All'essere praticamente infinito il volume del peccato, chi poteva avere, per più santo che fosse, la capacità di soddisfare per questo peccato infinito?

È cosicché, di fronte a questa realtà, sorge una "idea" sorprendente in Dio, frutto del suo ardentísimo amore verso gli uomini, ed alla sua fedeltà assoluta, che fa che non desideri allontanarsi dalla sua creatura, né cancellarla per sempre della creazione: l'unica vittima con meriti sufficienti per potere riuscire questo è suo proprio Figlio, che è Dio, ed il cui valore soddisfattorio e meritorio è infinito.

Ma affinché Dio stesso sia questa vittima che guadagni la salvazione per gli uomini, deve assumere necessariamente la natura umana, oltre a mantenere la sua natura divina. Così sorge allora l'incarnazione del Figlio di Dio nella natura umana, in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.

Quest'atto, e la seguente passione e morte di Gesù Cristo, grida fortemente a tutti gli uomini i profondi sentimenti di amore e misericordia del Padre, e ci segue interpellando ad ognuno degli uomini, come ieri e sempre. È come se Dio Padre, quasi pregandoci da tutto il suo amore, nonostante del suo potere onnipotente, ci dicesse:

"Non ti rendi conto, figlio mio, dell'immenso amore che ho per te, e del mio desiderio bruciante che ti salvi e vivi come figlio adottivo mio, insieme a me, per tutta l'eternità?"

"Non ti rendi conto che non dubitai per quel motivo di sacrificare mio unico ed amato Figlio, umiliandolo e facendogli vivere una passione e morte ignominiosa, affinché possi percepire che grande è il mio amore per te?"

"Non ti rendi conto che Egli, che era completamente innocente, prese su di sé tutti i tuoi peccati, benché ancora non esistessi, ed anche quelli del resto degli uomini, in obbedienza alla missione che gli chiesi, solo per l'amore che aveva per te, e per regalarti la possibilità della salvazione?

"Non ti rendi conto che ora, mediante questo sacrificio d'amore, trovi completamente aperta la porta ad una vita di santità, per la grazia meritata per mio Figlio, e che quella santità ti porterà alla gloria definitiva ed eterna della vita nel cielo?"

"Perché non prendi questa nuova vita che è alla portata della tua mano, aspettando che tu decida ad accettarla e viverla?" "Non la desideri per caso?"

Questa ultima domanda di Dio risulta fondamentale per l'uomo, perché c'è un adagio molto certo che dice: "non può desiderarsi quello che non si conosce." Tratteremo allora, a partire dal prossimo capitolo, di conoscere tutto quello che è a nostra disposizione, come dono ottenuto per i meriti infiniti di nostro Signore Gesù Cristo, nella forma di aiuti soprannaturali per raggiungere la nostra salvazione, per potere così desiderarli, e, desiderandoli, cercarli per allora farli nostri.


PARTE PRIMA:


I Riferimenti al Capitolo 4:

(66): Giovanni 1,1; 1,14
(67): Giovanni Paolo II, Catechesi su Gesù Cristo nel udienza del 07/01/1987
(68): Lucca 1,26-35. 38
(69): Citato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, N° 494
(70): Giovanni Paolo II, Catechesi su Gesù Cristo nel udienza del 28/01/1987
(71): Catechismo della Chiesa cattolica, N° 503
(72): Ibid. N° 464
(73): Marco 1,11; cf.: Matteo 3,17; Lucca 3,22; Matteo 17,5; Marco 9,7; Lucca 9,35
(74): Matteo 11,27
(75): Lucca 2,51-52
(76): Catechismo della Chiesa cattolica, N° 474
(77): Lucca 22,41-42
(78): Galati 2,19-20
(79): Lucca 1,31
(80): Matteo 1,20-21
(81): Matteo 1,16
(82): Lucca 2,47
(83): Matteo 3,13-17
(84): Atti 10,37-38
(85): 1 Samuele 10,1
(86): Lucca 4,1
(87): Le tentazioni di Gesù: Matteo 4,1-11; Lucca 4,1-13
(88): P. Raniero Cantalamessa, "La Parola e la Vita" Ciclo C
(89): Lucca 1,32-33
(90): 2 Samuele 7,12
(91): Lucca 4,14-22
(92): Marco 1,14-15
(93): Lucca 17,20-21)
(94): Matteo 6,10; Lucca 11,2
(95): Matteo 13,31-32
(96): Zaccaria 1,3-4
(97): P. Raniero Cantalamessa, "Unti per lo Spirito", Cap IV
(98): Ebrei 5,1; 5,7-8
(99): Lucca 3,21-22
(100): Marco 1,35-38
(101): Lucca 5,15-16
(102): Matteo 14,22-23
(103): Lucca 9,28-29
(104): Lucca 6,12-13
(105): Giovanni 17,14-17
(106): Giovanni 6,11
(107): Giovanni 11,41-44
(108): Lucca 22,19-20
(109): Giovanni Paolo II, Catechesi su Gesù Cristo, udienza del 29/07/1987
(110): Giovanni Paolo II, catechesi su la Redenzione, udienza del 07/09/1988
(111): Matteo 20,28
(112): Giovanni Paolo II, catechesi su la Redenzione, udienza del 19/10/1988
(113): Filippesi 2,8-11
(114): Catechismo della Chiesa cattolica, N° 633 e 634
(115): 1 Corinzi 15,13-14.19
(116): Catechismo della Chiesa cattolica, N° 646
(117): Romani 5,12.18-19
(118): Romani 6,3-4
(119): Lucca 24,50-51
(120): Giovanni 16,28


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