Contempladores

La piena vita cristiana

Parte Prima: l'Origine Della Vita Cristiana.

Capitolo 3: Dio Non Abbandona L'Uomo: L'Antico Testamento.

Introduzione.

Parte Prima: L'origine della Vita Cristiana. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 1: Il proposito di Dio per l'uomo.
   Capitolo 2: Il Compimento del proposito di Dio.
   Capitolo 3: Dio non abbandona l'uomo: L'Antico Testamento.
   Capitolo 4: La Salvezza per Gesù Cristo.

Parte Seconda: Fondamenti della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Redenzione Oggettiva e Soggettiva.
   Capitolo 2: Gli effetti della Grazia Santificante.
   Capitolo 3: L'Azione della Ragione nell'uomo.
   Capitolo 4: L'Azione della Grazia nell'uomo.
   Capitolo 5: La Santità nella terra.
   Capitolo 6: La Gloria nel Cielo. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 7: I Fenomeni Mistici straordinari. Nuovo - Traduzione Completa

Parte Terza: I mezzi di crescita della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: L'Aspetto Negativo della Crescita Spirituale.
   Capitolo 2: La crescita per i Sacramenti cristiani. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 3: La crescita per il Merito e l'Orazione.
   Capitolo 4: La parte della Vergine Maria nella santificazione degli uomini.
   Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 5: La devozione al Sacro Cuore di Gesù come mezzo di santificazione.
   Nuovo - Traduzione Completa

Parte Cuarta: Lo svilluppo della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Vita spirituale al Modo Umano.
   Capitolo 2: La Vita spirituale al Modo Divino.

La promessa di Salvazione di Dio di fronte al peccatto degli uomini.

Il panorama che presenta la realtà del peccato dell'uomo, e le sue funeste conseguenze fino al giorno di oggi, per alcuni è segno del "fallimento di Dio", in quanto creó all'uomo con un proposito, ma, esercitando l'uomo la sua libertà nel senso sbagliato, questo proposito si vide frustrato per il peccato e la caduta conseguente dell'uomo dallo stato di "giustizia originale" in cui era stato creato, entrando nel dominio del dolore, la sofferenza e la morte.

Alcuni correnti filosofiche come il "deismo" sostengono questo abbandono dell'uomo per Dio dopo la creazione, ma la realtà che ci presenta la Rivelazione è assolutamente diversa: Dio non abbandona l'uomo dopo il peccato originale; ma la cosa più straordinaria è che Dio interverrà costantemente nella storia dell'uomo, per riuscire ad avviarlo, rispettando sempre la libertà con la quale lo creó, al compimento del suo proposito eterno.

È fondamentale per ogni cristiano potere vedere con chiarezza, a partire dagli avvenimenti che si succedono nei libri della Bibbia che formano il "Antico Testamento", questo intervento pieno di amore e misericordia di Dio, che culminerà con la più eccelsa delle sue opere d'amore: l'invio del suo proprio Figlio per incarnarsi nella natura umana, portando così a termine il suo proposito creatore. Questi avvenimenti si ripetono nei microcosmi delle nostre proprie persone, e c'aiuteranno a percepire e comprendere l'intervento divino nelle nostre vite.

Il Concilio Vaticano II c'insegna:
"Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo (cfr. Gv 1,3), offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé (cfr. Rm 1,19-20); inoltre, volendo aprire la via di una salvezza superiore, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza (cfr. Gn 3,15), ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene (cfr. Rm 2,6-7). A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo (cfr. Gn 12,2); dopo i patriarchi ammaestrò questo popolo per mezzo di Mosè e dei profeti, affinché lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore promesso, preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo." (30)

Pertanto, ci sono distinte tappe principali che segnano nel divenire della storia umana l'intervento deciso di Dio, e che vedremo sinteticamente in questo capitolo.

Già nello stesso momento in cui si produsse la caduta dell'uomo a causa del peccato originale, il libro del Genesi ci presenta la speranzosa promessa che Dio fa agli uomini:

“Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».” (31)

Insegna il Papa Giovanni Paolo II:
“Così dunque il passo di Gen 3, 9-15 (e anche il seguito di questo capitolo) contiene la risposta di Dio al primo peccato dell’uomo. È una risposta diretta al primo peccato, e al tempo stesso una riposta in prospettiva, perché si riferisce a tutta la storia futura dell’uomo sulla terra, fino al suo termine. Tra la Genesi e l’Apocalisse esistono una vera continuità e insieme una profonda coerenza nella verità rivelata da Dio.
Queste parole della Genesi vengono definite come il “protoevangelo”, ossia come il primo annunzio del Messia Redentore. L’analisi del “protoevangelo” ci fa dunque conoscere, attraverso l’annuncio e la promessa in esso contenuti, che Dio non ha abbandonato l’uomo in potere del peccato e della morte. Ha voluto soccorrerlo e salvarlo.
Le parole stesse del “protoevangelo” esprimono questa condiscendenza salvifica, quando annunciano la lotta (“porrò inimicizia!”) tra colui che rappresenta “le potenze delle tenebre” e Colui che la Genesi chiama “la stirpe della donna” (“la sua stirpe”). È una lotta che si concluderà con la vittoria di Cristo (“ti schiaccerà la testa”). Però questa sarà la vittoria riportata a prezzo del sacrificio della croce (“e tu le insidierai il calcagno”).”
(32)

Nello stesso momento che l'uomo cade nel peccato delle origini, appare senza ritardi la misericordia divina. Dio fa una promessa di salvazione che abbraccerà tutta la storia salvífica fino al fine dei tempi, e dove si intravede una lotta, ancora misteriosa, tra la discendenza della prima donna (l'umanità), e Satana.

Vedremo di seguito come si va sviluppando questa storia salvífica, come Dio interviene ed opera nella storia umana per portare all'uomo al compimento del suo destino finale. Non sarà mai esagerato risaltare la tremenda importanza che ha l'intervento sovrano e personale di Dio nella storia del genere umano, quello che non arriva ad essere captato, in generale, per molte persone.

L’Alleanza con Noè, il Diluvio, la Torre di Babele.

A partire dal peccato di Adamo ed Eva, il mondo si immerge nella sofferenza che produce la fragile condizione dell'uomo privato della grazia di Dio. Già nei figli di quella prima coppia si vedono le conseguenze, e si produce il primo omicidio della storia, niente meno che di un fratello, Caino, contro l'altro suo fratello, Abele.

La Bibbia ci presenta questa situazione:

“Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: «Sterminerò dalla terra l'uomo che ho creato: con l'uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d'averli fatti». Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.” (33)

Quello che Dio si "sia pentito" della sua creazione, è, ovviamente, un antropomorfismo, che cerca descrivere l'afflizione del cuore paterno di Dio di fronte all'umanità sviata per il peccato. Il racconto di Noé e del diluvio universale (34), riconosce radici in miti orientali, ma l'autore biblico l'elabora per presentare un insegnamento chiaro sulla malvagità dell'uomo e la giustizia e la misericordia di Dio, che puniranno il peccatore e salveranno al giusto.
La giustizia di Dio si manifesta nel fatto che il peccatore deve morire, benché la misericordia del Creatore salverà un piccolo resto, il patriarca Noè e la sua famiglia, per farlo una specie di secondo padre del lignaggio umano.

Ugualmente Dio stabilirà un'alleanza con Noè ed i suoi discendenti; questa alleanza evidenzierà che Dio ha per volontà gratuita e libera continuare la sua opera tra gli uomini, e che sebbene fosse stato giusto che Dio eliminasse completamente al genere umano, così Egli non lo vuole:

“Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra.” (35)

Questo passo ci trasmette due grandi verità rispetto alla relazione di Dio con gli uomini: da una parte, che Dio è giusto e che non accetta il peccato ed il male che produce, e che, nella sua sovranità e potere, può cancellare in un attimo la sua propria creazione, se così lo volesse; ma, d'altra parte, appare anche brillando il suo amore e misericordia, che lo fa impietosirsi della debolezza dell'uomo, e lo porterà a dargli quello che sia necessario per la sua salvazione.

Appare anche qui l'importante nozione del "resto", che mostra che ancora, in mezzo alla malvagità ed il peccato generalizzati, rimane sempre almeno un piccolo numero di persone, un resto, che cerca a Dio con sincerità di cuore; sarà a partire da questi "resti" che si daranno durante la storia umana che Dio potrà ricreare il suo proposito eterno di salvazione per l'uomo.

Il diluvio è figura chiara di un giudizio di Dio sull'umanità, ed annuncio profetico del Giudizio Finale di Dio sul mondo, come l'annuncerà Gesù. (36).
L'alleanza di Dio con Noè e la sua famiglia, il cui simbolo e segno è l'arcobaleno, assicurerà all'umanità caduta la fedeltà di Dio per riuscire il compimento del suo proposito eterno quando creò l'uomo.

Dopo del diluvio, la terra si ripopolò a partire dalla discendenza di Noè, e gli uomini si raggrupparono "nei loro territori, ciascuno secondo la propria lingua e secondo le loro famiglie, nelle loro nazioni." (37), e “si dispersero le nazioni sulla terra dopo il diluvio” (38).
In questo contesto si produsse l'episodio di Babele, raccontato anche nel Genesi (39), che mostra il peccato del genere umano in quanto a che vuole raggiungere la sua unità al margine di Dio: gli uomini vogliono edificare una città, riunirsi in un insieme sociale ed essere forti e poderosi senza Dio. Questo tentativo concluderà col fallimento e nella disunione e dispersione della famiglia umana, come sussiste oggigiorno nella terra, ma il proposito di Dio sul mondo continuerà ad avanzare per ottenere un giorno quell'unità della razza umana.

Abramo, la promessa e l’Alleanza.

Dio darà un nuovo passo nel suo paziente cammino per salvare gli uomini dal peccato: deciderà di procurarsi un popolo, al quale formerà a partire dall'elezione di un uomo, Abramo (Abram), a chi l'imporrà un nuovo nome, Abrahamo (Abraham), che significa "il padre di molti popoli."

Dio sceglie e chiama questo uomo di una maniera che non lascia posto a dubbi che c'è lì un intervento divino, miracoloso. Gli fa una promessa solenne:
“Allora il Signore disse ad Abram, dopo che Lot si era separato da lui: «Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l'oriente e l'occidente. Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza per sempre. Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti».” (40)

Dopo la promessa, Dio fa con Abramo un'alleanza, che implicherà che oltre all'elezione di un popolo per Lui, ci sarà un patto tra Dio ed il suo popolo, rappresentato per chi sarà il suo iniziatore, Abramo:

“Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto.» Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: «Eccomi: la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli. Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò. E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te».” (41)

Quello che chiama l’attenzione è che Abramo aveva già novanta nove anni, e sua moglie Sara, novanta, e come ella era stata sterile tutta la sua vita, non avevano figli.
Per quel motivo, quando Abramo ascoltò le parole di Yahveh, non potè evitare di mettersi a ridere, e la stessa cosa fece sua moglie quando s’accorge:

“Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: «Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novanta anni potrà partorire?».” (42)

Tuttavia, Dio farà un miracolo, ed Abramo e Sara avranno un figlio al quale chiameranno Isacco. Con questo inizio tanto modesto, a partire d’una coppia di anziani che non avevano figli, Dio porterà a termine il suo piano per acquisire un popolo proprio, che più avanti porterà il nome di “Israele”, e che sarà conosciuto come il popolo eletto.
Questo popolo sarà il destinatario, d'ora in poi, della rivelazione di Dio, a lui gli parlerà Dio attraverso i suoi servi i profeti, ed avrà la missione di essere luce per tutte le altre nazioni, o popoli gentili, affinché, a partire dal suo esempio, tutta la terra arrivi a conoscere a Dio e riceva le sue benedizioni.

L'alleanza di Dio col suo popolo, a partire dall'elezione di Abramo come padre dello stesso, implicherà, come ogni patto, una contropartita in quanto al suo atteggiamento verso Dio, che Egli riassume in queste semplici parole ad Abramo che vedemmo già: "Cammina davanti a me e sii integro." Chè cosa significava questa esigenza?: implicava camminare nella presenza di Dio, tentando di ascoltare la sua voce in ogni momento, e l’integrità si traduceva in mansuetudine e semplicità di cuore, in spirito distaccato delle cose materiali (spirito di povertà), in rassegnazione nelle tribolazioni e fede infrangibile in Dio, ed in oneste e pacifiche abitudini di vita.

La discendenza di Abramo continua a crescere (43); suo figlio Isacco si sposa con Rebecca, chi risulterà anche sterile, ma Isacco pregò a Yahveh ed Egli l'ascoltò:

“Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché essa era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta.” (44)

Rebecca ebbe gemelli, Esaù e Giacobbe.
I figli di Giacobbe, chi aveva ricevuto da parte di Dio un nuovo nome, Israele, spinti per la scarsità di alimenti e la fame nel suo paese, andarono in Egitto, aiutati per la Provvidenza divina, che fece che uno di essi, Giuseppe, arrivasse ad essere governatore di questo paese. I discendenti di Abramo che avevano adottato già il nome di israeliti, si moltiplicarono grandemente in Egitto:

“Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. I figli d'Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno.” (45)

Sembrava cosicché tutto si incamminava al compimento della promessa che Dio aveva fatto al primo dai patriarchi, Abramo.

La storia di Mosè: l’essodo ed il Decalogo.

Tuttavia, le circostanze per gli israeliti cambiarono radicalmente; in Egitto sorse un altro re che procedè in forma molto distinta ai suoi predecessori:

“Allora sorse sull'Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d'Israele. Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d'Israele trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.
Poi il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua: «Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere».”
(46)

In questo punto sembrava che il piano di Dio e la promessa fatta ad Abramo fossero destinate al fallimento: il suo popolo eletto sommesso allo schiavitú e con lavori esaurienti, e senza possibilità di discendenza, poiché erano annichiliti i maschi che potevano produrrla. Così, il destino di questo incipiente popolo dell'Israele sembrava che avesse un'unica possibilità: la sua lenta ma sicura sparizione.

Ma Dio tornerà ad intervenire in forma ostensibile nella storia umana; comincerà per suscitare un nuovo strumento suo: Mosè. (47)
Questo bambino nasce sotto la legge dal massacro dei maschi israeliti, ma le levatrici egiziane si impietosiscono di lui, e non l'ammazzano. Sua madre lo nasconde per tre mesi, fino a che, non potendo occultarlo più, lo libera alla provvidenza di Dio, mettendolo in un cestino di giunchi e sciogliendolo nel fiume. Il bambino sarà raccolto dalla figlia del Faraone, che stava prendendo un bagno nel fiume, chi l'adotterà, piena di compassione. Comincerà allora Dio la sua opera in Mosè, chi sarà allevato come un principe egiziano, formandosi in lui il futuro capo che Dio utilizzerà per salvare ai ebrei dalla schiavitú egiziana.

Mosè era già grande, aveva quaranta anni, quando sentì l'impulso di tornare a vedere i suoi fratelli di sangue, gli israeliti:

“Quando stava per compiere i quarant'anni, gli venne l'idea di far visita ai suoi fratelli, i figli di Israele, e vedendone uno trattato ingiustamente, ne prese le difese e vendicò l'oppresso, uccidendo l'Egiziano. Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava loro salvezza per mezzo suo.” (48)

Tutto seguiva un destino perfetto: Mosè, preparato come un principe per la guerra e come capo, dirigerebbe gli israeliti nella sua rivolta contro l'oppressore egiziano, liberandoli così dalla schiavitú obbrobriosa in cui erano sommersi. Ma i piani di Dio erano altri; gli stessi fratelli di sangue respingono Mosè:

“Ma essi non compresero. Il giorno dopo si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e si adoperò per metterli d'accordo, dicendo: Siete fratelli; perché vi insultate l'un l'altro? Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi, come hai ucciso ieri l'Egiziano? Fuggì via Mosè a queste parole, e andò ad abitare nella terra di Madian.” (49)

Tutto è perso per Mosè: i suoi fratelli lo respingono e non lo riconoscono come leader, e gli egiziani lo vogliono ammazzare per avere assassinato uno di essi. La sua unica uscita è la fuga alla terra lontana di Madián. Lì si stabilirà, si sposerà, avrà due figli, e passerà i seguenti quaranta anni badando le pecore a suo suocero, portandoli giorno per giorno a pascolare sempre agli stessi luoghi. Che cosa avrà passato in tutto quello tempo per l'interno di quell'uomo? Non lo sappiamo, ma non c'è dubbio che nella solitudine del deserto, lontano dal suo popolo, Dio stava lavorando il suo spirito, dandogli la forza interna, oltre alla destrezza che aveva acquisito già come capo e guerriero, che necessiterebbe per la missione alla quale Dio l'aveva chiamato. Ed arrivò il giorno che Dio lo chiamò:

“Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb.” (50)

In quel luogo Dio le parlò:

“Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Hittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». Mosè disse a Dio: ‘Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli Israeliti?». Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».” (51)

Richiama l’attenzione come questo passaggio del Libro dell'Esodo risalta specialmente il fatto che Dio è sempre attento a tutto quello che accade al suo popolo, come tutto lo vede e sente, e come decide di intervenire senza dubitare nella sua storia. Osserviamo le espressioni che utilizza Dio: “ho udito il suo grido”, "conosco infatti le sue sofferenze", “sono sceso per liberarlo", “ho visto l'oppressione”, “Io sarò con te”. Sono le espressioni di un Padre pieno di amore, di compassione, di misericordia per i suoi cari figli, attento alle sue necessità, quello che è tanto lontano di quell'immagine del Dio impassibile, inaccessibile, inalterabile che molti hanno fabbricato erroneamente. E questo è lo stesso Padre che segue oggi stando attento dei suoi figli nel mondo, ancora più sviati che quelli del tempo di Mosè.

Tutto questo si realizzerà fedelmente in quello che Moisés farà di lì in più, ascoltando la chiamata di Dio: riceverà il potere di fare miracoli, per essere ascoltato dal Faraone; quando questo si rifiuti testardamente di permettere l'uscita del paese ebreo, Dio, per mezzo di Mosè, invierà dieci terribili piaghe che colpiranno gli egiziani, benché, nonostante tutto, il Faraone seguirà col suo cuore indurito, rifiutandosi di accettare che lì ci sia la mano di Dio.

Finalmente sarà lo stesso Dio che ordinerà il principio della marcia di uscita dell'Egitto, in piena notte. In questo Esodo si rivelerà la protezione costante e poderosa di Dio verso il suo popolo: attraverseranno miracolosamente il mare Rosso, con le sue acque aperte per permettere il passo degli israeliti, quelle che si chiuderanno dopo sull'esercito egiziano che li perseguiva; l'acqua non potabile si trasformerà in dolce per calmare la sete nel deserto; quando non abbiano alimento, del cielo cadrà loro manna, alimento soprannaturale, e si riempiranno di quaglie che non abitano in quei luoghi; dove ci sono solo rocce e secchezza, scizzerà acqua dalle stesse pietre; affronteranno popoli guerrieri più forti e numerosi di essi, e li sconfiggeranno. In tutto il fondo della narrazione degli avvenimenti dell'Esodo risuonerà con chiarezza l'intervento di Dio, la sua assistenza al popolo eletto per Lui.

L'episodio dell'esodo del paese israelita sarà l'avvenimento che segnerà più profondamente l'anima di questo popolo eletto per Dio, poiché l'intervento divino tanto chiaro e tanto onnipotente imprimerà fortemente nella coscienza ebraica il fatto di essere realmente il popolo di Dio, e di potere contare sempre col suo amore e protezione.

Avevano trascorso tre mesi di marcia per il deserto quando arrivarono al piede del monte Sinaí o monte Horeb, lo stesso dove Mosè aveva avuto il suo primo incontro con Dio. Nuovamente lì Mosè si troverà lui solo con Dio, salendo parecchie volte al monte, in mezzo a grandi manifestazioni della natura: tuoni, lampi, fuoco, fumo, nuvole spesse, tremare della terra. Lì riceverà Moisés da parte di Dio la Legge, o Decalogo, chiamata così perché la sua essenza la costituiscono dieci comandamenti principali. (52)

Così ci spiega il Catechismo il senso dei dieci comandamenti:

“La parola “Decalogo” significa alla lettera “dieci parole” (Es 34,28; Dt 4,13; Dt 10,4). Queste “dieci parole” Dio le ha rivelate al suo popolo sulla santa montagna. Le ha scritte con il suo “dito” (Es 31,18) [Cf Dt 5,22] a differenza degli altri precetti scritti da Mosè [Cf Dt 31,9; Dt 31,24]. Esse sono parole di Dio per eccellenza. Ci sono trasmesse nel libro dell'Esodo [Cf Es 20,1-17] e in quello del Deuteronomio.
Il Decalogo si comprende innanzi tutto nel contesto dell'Esodo che è il grande evento liberatore di Dio al centro dell'Antica Alleanza. Siano essi formulati come precetti negativi, divieti, o come comandamenti positivi (come: “onora tuo padre e tua madre”), le “dieci parole” indicano le condizioni di una vita liberata dalla schiavitù del peccato.
Fedele alla Scrittura e in conformità all'esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un'importanza e un significato fondamentali.
La divisione e la numerazione dei comandamenti hanno subito variazioni nel corso della storia. Questo catechismo segue la divisione dei comandamenti fissata da sant'Agostino e divenuta tradizionale nella Chiesa cattolica.
Poiché enunciano i doveri fondamentali dell'uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, delle obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell'essere umano.”
(53)

Qui abbiamo quell'enunciato dei dieci comandamenti:

1. Non avrai altro Dio fuori di me.
2. Non nominare il nome di Dio invano.
3. Ricordati di santificare le feste.
4. Onora il padre e la madre.
5. Non uccidere.
6. Non commetere atti impuri.
7. Non rubare.
8. Non dire falsa testimonianza.
9. Non desiderare la donna d'altri.
10. Non desiderare la roba d'altri.

La cosa importante è avere chiaro il senso profondo di questa Alleanza che si produce tra Dio ed il suo popolo eletto nel Sinaí. A partire da lei Dio continuerà a dare corso all'opera di formazione di un popolo appartato per sé degli altri paesi della terra. Lì rinnoverà Yahveh con l'Israele l'alleanza che aveva iniziato con Abramo, il patriarca. Questa Alleanza avrà clausole molto più precise, dove si risalterà con una nitidezza maggiore il carattere bilaterale della stessa.

Tutto quello che Dio promette al suo popolo è puro dono gratuito che proviene dalla sua misericordia e che l'uomo non può meritare né con le sue opere né con la sua condotta, ma quello che Dio manifesta chiaramente è l’intenzione che il suo proposito divino sul popolo eletto non si porterà a termine senza la cooperazione libera del popolo con Lui. La Legge che, attraverso Mosè, darà Dio all'Israele, dovrà essere il segno della fedeltà a Dio, e, a sua volta, si trasformerà nello strumento concreto che regolerà la risposta degli uomini a questa fedeltà di Dio.

Il popolo eletto per Dio rimarrà definitivamente costituito attraverso questi due grandi avvenimenti salvifici: l'esodo miracoloso dall'Egitto verso la Terra promessa, e la Legge data per Dio nel Sinaí. Vediamo che l'alleanza del Sinaí differisce delle alleanze anteriori di Dio con Noé ed Abramo in quanto a che queste furono fatte con individui, mentre ora è tutto un popolo quello che riceve il Decalogo come base di questa nuova alleanza.

Rimarrà ancora un avvenimento decisivo in questa fondazione finale del popolo di Dio che modellerà definitivamente con un carattere proprio agli israeliti: saranno i quaranta anni che dovranno peregrinare per il deserto, prima di vedere realizzata la promessa della terra promessa.
Nel deserto, negli avvenimenti provvidenziali e miracolosi, nella lotta permanente tra la fedeltà a questo Dio che si sta rivelando sempre di più chiaramente ed il ritorno verso l'idolatria quando appaiono il timore e la sfiducia, si forgierà il senso comunitario di appartenenza a Dio, di dipendenza verso Lui, di coscienza di essere, a differenza di altri paesi, una teocrazia, cioè, un popolo diretto e curato non per re o principi poderosi, bensì direttamente per lo stesso Dio.

Al termine di questo lungo peregrinare, gli israeliti arriveranno alla vista della terra di Canaan, la terra promessa per Dio al suo popolo; ma Mosè arriverà solo a contemplarla dall'altezza di un monte, poiché morrà prima di potere mettere piede lì. Sarà il suo luogotenente Giosuè che avrà la missione di entrare nella terra promessa, accompagnato per nuovi interventi miracolosi di Dio, come le acque che si aprono nel fiume Giordano affinché passi il popolo Israelita, o la sconfitta della fortezza di Gierico, che custodiva l'entrata a quella terra, col crollo anche miracoloso delle sue forti muraglie. (54)

Il periodo dei Giudici e l’instaurazione della monarchia.

Il popolo ebreo, formato per dodici tribù, discendenti dei dodici figli di Giacobbe, comincerà un lungo periodo di più di due secoli, conosciuto come il periodo dei "Giudici." Gli israeliti hanno penetrato nella terra di Canaan, guidati per Giosue, e hanno conquistato parte dei territori, in realtà i più poveri; vivono una trasformazione nella sua società, nel senso che non sono oramai essenzialmente pastori nomadi, ma, insediati in luoghi fissi cominciano anche a dedicarsi all'agricoltura.

Queste tribù israelite si trovano sottomesse in forma costante a due grandi pericoli che li insidiano in quella terra in che si sono stabiliti: vivono attaccati in forma permanente per i popoli cananei vicini, che a volte li vincono e li opprimono, ed altre volte sono sconfitti dagli israeliti, che vivono allora brevi periodi di pace.

Ma il pericolo maggiore è di ordine religioso: i popoli pagani che li circondano possiedono una religione nella quale celebrano distinti dei, relazionati con la vita e la fecondità, chiamati "Baal." Si riuniscono nelle sue feste nei luoghi sacri, in generali boschi o luoghi alti, dove praticano i suoi riti pagani, che abbracciano dalla prostituzione sacra fino al dare morte ai propri figli, come propiziazione per la pioggia o per buoni raccolti. Questa idolatria si presenta per gli israeliti come una tentazione permanente, nella quale molti continuano a cadere, dimenticandosi di quello che Dio aveva fatto per essi nel passato.

Queste tribù erano guidate dai cosidetti "giudici", che erano in realtà capi che li governavano, e non solo impartivano giustizia. In tutto l'Antico Testamento "giudicare" è sempre sinonimo di "governare." I giudici sorgevano tra il popolo, e, nella pratica, erano suscitati per Dio.

Il processo che si ripete un ed un'altra volta in questo periodo può schematizzarsi della seguente maniera: il popolo pecca contro Yahveh, in particolare essendo attratto per il culto agli idoli pagani ed adottando molte delle sue abitudini religiose; allora Dio li rilascia alla sua fortuna, senza intervenire, essendo vinti e sottomessi per i suoi nemici; nella sua disgrazia, miseria e disperazione, si ricordano di Yahveh e gridano a Lui, chi susciterà di tra essi un Giudice, chi, aiutato per Dio in interventi miracolosi, restituirà loro la libertà e periodi di pace e tranquillità, fino a che nuovamente il popolo farà il male davanti agli occhi di Yahveh e ricomincerà il ciclo.

Nel Libro dei Giudici si narra con chiarezza questo atteggiamento ricorrente:

“Gli Israeliti continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal, le Astarti, gli dèi di Aram, gli dèi di Sidòne, gli dèi di Moab, gli dèi degli Ammoniti e gli dèi dei Filistei; abbandonarono il Signore e non lo servirono più. L'ira del Signore si accese contro Israele e li mise nelle mani dei Filistei e nelle mani degli Ammoniti. Questi afflissero e oppressero per diciotto anni gli Israeliti, tutti i figli d'Israele che erano oltre il Giordano, nel paese degli Amorrei in Gàlaad. Poi gli Ammoniti passarono il Giordano per combattere anche contro Giuda, contro Beniamino e contro la casa d'Efraim e Israele fu in grande angoscia. Allora gli Israeliti gridarono al Signore: «Abbiamo peccato contro di te, perché abbiamo abbandonato il nostro Dio e abbiamo servito i Baal». Il Signore disse agli Israeliti: «Non vi ho io liberati dagli Egiziani, dagli Amorrei, dagli Ammoniti e dai Filistei? Quando quelli di Sidòne, gli Amaleciti e i Madianiti vi opprimevano e voi gridavate a me, non vi ho forse liberati dalle loro mani? Eppure, mi avete abbandonato e avete servito altri dèi; perciò io non vi salverò più. Andate a gridare agli dèi che avete scelto; vi salvino essi nel tempo della vostra angoscia!». Gli Israeliti dissero al Signore: «Abbiamo peccato; fa' di noi ciò che ti piace; soltanto, liberaci in questo giorno». Eliminarono gli dèi stranieri e servirono il Signore, il quale non tollerò più a lungo la tribolazione di Israele.” (55)

Il più conosciuto dei giudici fu Sansone, per le imprese guerriere che compiè, soccorso sempre per Yahveh (56). In questo periodo della storia dell'Israele possiamo vedere che il potere è puramente di Dio, esistendo una vera teocrazia, poiché Dio guida e governa al suo popolo, non attraverso un'istituzione umana, bensì attraverso i giudici, che Egli suscita quando e come vuole.

Gli israeliti continueranno ad avere sempre di più coscienza chiara, attraverso gli avvenimenti che vivono che il peccato contro Dio produce conseguenze funeste e dolorose, ma che il ritorno verso Dio li libera e dà loro la vittoria.
L'ultimo Giudice giusto sarà Samuele. Già anziano, istituisce i suoi due figli giudici, ma questi furono corrotti, ed allora il popolo chiese a Samuele un re, come avevano gli altri popoli vicini:

“Si radunarono allora tutti gli anziani d'Israele e andarono da Samuele a Rama. Gli dissero: «Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non ricalcano le tue orme. Ora stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli».
Agli occhi di Samuele era cattiva la proposta perché avevano detto: «Dacci un re che ci governi». Perciò Samuele pregò il Signore. Il Signore rispose a Samuele: «Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi. Come si sono comportati dal giorno in cui li ho fatti uscire dall'Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dèi, così intendono fare a te. Ascolta pure la loro richiesta».”
(56)

Sebbene questa petizione sembrava un rifiuto a Yahveh, Egli l'accetterà, e sarà lo stesso Dio che benedirà i re. Lascerà allora Yahveh che Samuele unga come re a Saul, il candidato ideale per il popolo.

In questo periodo della monarchia si porterà a termine la conquista totale della terra promessa, la terra di Canaan; gli israeliti, guidati per i suoi re ed aiutati per "il poderoso braccio di Yahveh", che interverrà in maniera prodigiosa una ed un'altra volta per dare loro la vittoria, domineranno tutto il territorio dei cananei:

“Saul si assicurò il regno su Israele e mosse contro tutti i nemici all'intorno: contro Moab e gli Ammoniti, contro Edom e i re di Zoba e i Filistei e dovunque si volgeva aveva successo. Compì imprese brillanti, battè gli Amaleciti e liberò Israele dalle mani degli oppressori.” (57)

Nonostante questo Saul separerà i suoi cammini di quelli di Dio, e Yahveh susciterà un nuovo re, Davide, che lo succederà. Attraverso il profeta Natan, Dio stabilirà a partire dal suo unto Davide, un'alleanza eterna per la sua discendenza

“Ora dunque riferirai al mio servo Davide: Così dice il Signore degli eserciti: Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d'Israele mio popolo; sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, al tempo in cui avevo stabilito i Giudici sul mio popolo Israele e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. Se farà il male, lo castigherò con verga d'uomo e con i colpi che danno i figli d'uomo, ma non ritirerò da lui il mio favore, come l'ho ritirato da Saul, che ho rimosso dal trono dinanzi a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre.” (58)

Dio annuncia a Davide che le "edificherà una casa", nel senso che gli darà una dinastia ed un regno duraturi, ed una posterità, nella quale il suo discendente sarà Gesù Cristo. La figura del re Davide preannuncia così il regno eterno di Gesù Cristo.

A Davide lo succederà suo figlio Salomone, chi sarà chiamato "il Magnifico", e porterà al suo massimo splendore il regno dell'Israele, e costruirà a Gerusalemme, constituita in capitale del regno dopo che fosse conquistata da suo padre sconfiggendo ai Gebusei, il Tempio, grandiosa costruzione che conserverà l’arca dell'Alleanza, che racchiudeva le tavole dei dieci comandamenti dati per Yahveh a Mosè, e che era per eccellenza il simbolo della presenza di Yahveh in mezzo al suo popolo. A partire della finalizzazione del Tempio, Gerusalemme sarà la "Città Santa”, centro e sede di tutta la vita religiosa dell'Israele.
Tuttavia, col re Salomone avrà termine la tappa della monarchia unica sopra l'Israele, ed anche l'era di splendore dell'Israele, tanto nel aspetto politico come nel religioso. Nonostante l'intervento permanente di Yahveh a beneficio dei re, questi non hanno conservato fedeltà a Dio, e sono caduti in forma reiterata nel peccato:

* Davide commise adulterio con Betsabea, e dopo fece assassinare al marito per rimanere con lei.
* Salomone ebbe settecento mogli e 300 concubine, la maggioranza non ebree, e cadde nell'idolatria adorando i dei pagani, lasciando da parte la religione dei suoi genitori.

La divvisione del Regno, l’invasioni e la deportazione

Alla morte di Salomone lo succede suo figlio Roboamo, chi non è accettato per le dieci tribù del nord (Israele) che nominano il suo proprio re, Jeroboamo, e si separano dal regno del sud, Giuda, formato per due tribù, Giuda e Beniamino, che rimangono con la sua capitale Gerusalemme ed il tempio. L'Israele pone la suo capitale in Samaria. Si sarà prodotto così lo scisma politico degli israeliti.

Roboamo deciderà di attaccare al regno dell'Israele, per sottometterlo al suo unico regno, ma Dio, attraverso un profeta, lo farà desistere dal suo piano, rivelandogli che quello è il suo proposito:

“Roboamo, giunto in Gerusalemme, convocò tutta la casa di Giuda e la tribù di Beniamino, centottantamila guerrieri scelti, per combattere contro Israele e per restituire il regno a Roboamo, figlio di Salomone. Ma il Signore disse a Semeia, uomo di Dio: «Riferisci a Roboamo figlio di Salomone, re di Giuda, a tutta la casa di Giuda e di Beniamino e al resto del popolo: Dice il Signore: Non marciate per combattere contro i vostri fratelli israeliti; ognuno ritorni a casa, perché questa situazione è stata voluta da me». Ascoltarono la parola del Signore e tornarono indietro come aveva ordinato loro il Signore.” (59)

Si produce non solo un scisma politico, bensì un scisma religioso, poiché Jeroboamo, deciso a rimpiazzare il culto di Gerusalemme, ora nemica, cadrà in una religione idolatra:

“Geroboamo pensò: «In questa situazione il regno potrebbe tornare alla casa di Davide. Se questo popolo verrà a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signore, verso Roboamo re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da Roboamo, re di Giuda». Consigliatosi, il re preparò due vitelli d'oro e disse al popolo: «Siete andati troppo a Gerusalemme! Ecco, Israele, il tuo dio, che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto». Ne collocò uno a Betel e l'altro lo pose in Dan. Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quelli.
Egli edificò templi sulle alture e costituì sacerdoti, presi qua e là dal popolo, i quali non erano discendenti di Levi. Geroboamo istituì una festa nell'ottavo mese, il quindici del mese, simile alla festa che si celebrava in Giuda. Egli stesso salì sull'altare; così fece a Betel per sacrificare ai vitelli che aveva eretti.”
(60)

Comincerà a partire da qui per il popolo israelita un lungo periodo di più di 900 anni, nel quale comproverà in modo reiterato la sua impossibilità di compiere con il cammino che Dio l'ha tracciato come "popolo eletto", e soffrirà le conseguenze tragiche di quella separazione. Si realizzeranno allora le maledizioni espresse per Yahveh nella sua alleanza:

“Se disprezzerete le mie leggi e rigetterete le mie prescrizioni, non mettendo in pratica tutti i miei comandi e infrangendo la mia alleanza, ecco che cosa farò a voi a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consunzione e la febbre, che vi faranno languire gli occhi e vi consumeranno la vita. Seminerete invano il vostro seme: se lo mangeranno i vostri nemici. Volgerò la faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai nemici; quelli che vi odiano vi opprimeranno e vi darete alla fuga, senza che alcuno vi insegua.
Se nemmeno dopo questo mi ascolterete, io vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. Spezzerò la vostra forza superba, renderò il vostro cielo come ferro e la vostra terra come rame. Le vostre energie si consumeranno invano, poiché la vostra terra non darà prodotti e gli alberi della campagna non daranno frutti. Se vi opporrete a me e non mi ascolterete, io vi colpirò sette volte di più, secondo i vostri peccati. Manderò contro di voi le bestie selvatiche, che vi rapiranno i figli, stermineranno il vostro bestiame, vi ridurranno a un piccolo numero e le vostre strade diventeranno deserte.
Se nonostante questi castighi, non vorrete correggervi per tornare a me, ma vi opporrete a me, anch'io mi opporrò a voi e vi colpirò sette volte di più per i vostri peccati. Manderò contro di voi la spada, vindice della mia alleanza; voi vi raccoglierete nelle vostre città, ma io manderò in mezzo a voi la peste e sarete dati in mano al nemico.
Devasterò le vostre alture di culto, distruggerò i vostri altari per l'incenso, butterò i vostri cadaveri sui cadaveri dei vostri idoli e io vi avrò in abominio. Ridurrò le vostre città a deserti, devasterò i vostri santuari e non aspirerò più il profumo dei vostri incensi. Devasterò io stesso il vostro paese e i vostri nemici, che vi prenderanno dimora, ne saranno stupefatti. Quanto a voi, vi disperderò fra le nazioni e vi inseguirò con la spada sguainata; il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte.”
(61)

Tuttavia, dopo di tanto terribili maledizioni, Dio manterrà, nella sua misericordia, una fiamma di speranza per il suo popolo:

“Nonostante tutto questo, quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li rigetterò e non mi stancherò di essi fino al punto d'annientarli del tutto e di rompere la mia alleanza con loro; poiché io sono il Signore loro Dio; ma per loro amore mi ricorderò dell'alleanza con i loro antenati, che ho fatto uscire dal paese d'Egitto davanti alle nazioni, per essere il loro Dio. Io sono il Signore.” (62)

Le maledizioni di Yahveh pronto si realizzeranno nel popolo idolatra che ha abbandonato al suo Dio. Nell'anno 721 A.C. il regno del nord, Israele, con la sua capitale Samaria, è distrutto dagli assiri, che deportano alle dieci tribù che lo formavano a distinti paesi pagani del nord, e mai più si saprà del destino finale di queste tribù, e le sue orme si perderanno con il passo del tempo.

Meno di cento cinquanta anni dopo, ed a dispetto delle voci di avvertenza dei profeti, il regno di Judá, regno degli ebrei che ha seguito fluttuando tra la sua fedeltà a Yahveh e la sua apostasia, sarà anche devastato, in questo caso per i babilonesi; Gerusalemme ed il Tempio sono spianati ed il popolo nella sua maggioranza è deportato alle lontane terre della Babilonia.

I tempi prima di Gesù Cristo

Nuovamente sembra che il piano di Dio sia fallito, che in quanto al popolo eletto tutto sta perso, e che il suo destino sarà estinguersi poco a poco mischiato coi pagani, lontano dalla sua terra.
Ma si alza, un'altra volta, la voce di Yahveh attraverso i suoi servi, i profeti, i grandi profeti come Isaia, Geremia ed Ezechiele, e molti altri. Essi ricordano a questo popolo infedele e caduto in disgrazia, che Dio, nonostante tutto, rimarrà fedele alle promesse fatte al suo popolo, come l'espresse nella sua alleanza.

Attraverso il messaggio profetico col che Dio parla agli uomini, continuano a sorgere varie idee centrali sul futuro del popolo dell'Israele, denominazione generica degli israeliti. In primo luogo, a dispetto di tutto, sopravvivrà, e per la sua intermediazione il proposito di Dio si vedrà realizzato.
Sorgerà l'importante nozione dal "resto", come un piccolo germe che sopravvivrà a tutte le catastrofi e che, nella sua fedeltà a Yahveh, manterrà viva la missione come popolo scelto per Dio.

Da questo "resto" sorgerà col tempo il "Messia" o "unto di Dio", chi sarà l'addetto di portare finalmente a termine la missione del popolo eletto, salvando all'Israele e, per mezzo dell'Israele, al mondo intero. Si va anche delineando con chiarezza che l'Israele futuro sarà un Israele completamente rinnovato che sarà realmente il "Regno di Dio", chi regnerà sul suo paese fedele, in un'epoca di pace e benessere senza fine.

Per questa rinnovazione Dio stabilirà una nuova alleanza col suo popolo, perdonandolo dei suoi peccati e dandogli una nuova legge, non già scritta su pietra, bensì registrata nel cuore di ognuno:

"Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio." (63)

Questa nuova alleanza avrà una caratteristica universale; non dipenderà dalla discendenza carnale, dell'appartenenza ad una razza, bensì solamente terrà in conto la fedeltà a Dio e la disposizione interna, quello che si chiamerà "la circoncisione del cuore" (64), poiché non basterà la "circoncisione" della carne, come segno di appartenenza al popolo eletto.
Il piccolo "resto dell'Israele" avrà il deposito di questa missione universale, per la conversione all'unico Dio dei paesi pagani.

Prima che si produca questa rinnovazione totale della terra e degli uomini, dovrà arrivare il "Giorno di Yahveh", giorno terribile in cui si manifesterà la giustizia di Dio, annichilendo gli infedeli e creando "cieli nuovi e terra nuova" (65). Questi annunci dei profeti si producono in un periodo di circa tre secoli, che va dall'esilio dell'Israele e di Giudá, il ritorno degli ebrei a Gerusalemme quando la Babilonia è conquistata per il persiano Ciro il Grande, ed i primi anni dopo la ricostruzione della Città Santa e del Tempio. A partire di lì la voce di Dio tace, non ci saranno oramai profeti che parlino nel suo nome.

Nei seguenti 400 anni, passeranno gli ebrei da un dominio ad un altro di diversi conquistatori, con brevi intervalli di indipendenza. Soffrono due conquiste importanti: quella dei greci, con Alessandro Magno, e finalmente quella dei romani. Troviamo i discendenti di due tribù, (Giudà e Beniamino), installati in Giudea, con Gerusalemme ed il tempio. La religione continuerà a perdere molto nel suo senso interiore, rimanendo in generale ridotta ad una serie di pratiche esterne di culto legalista, soprintese per gli scribi e maestri della Legge.

Rimarrà, in questo contesto storico e religioso del paese israelita, tutto preparato per il più straordinario, unico ed irripetibile intervento di Dio nella storia umana: la missione redentrice che compierà suo stesso Figlio, seconda persona della Trinità tra gli uomini, Dio per natura, attraverso il gran mistero chiamato l'incarnazione di Dio nella natura umana.


PARTE PRIMA:


I Riferimenti al Capitolo 3:

(30): Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica "Dei Verbum", N° 3
(31): Genesi 3,14-15
(32): Giovanni Paolo II, Catechesi su "Reddenzione e peccato", del 7 e 10/12/1986
(33): Genesi 6,5-8
(34): Genesi 6,9 al 9,17
(35): Genesi 9,9-11
(36): Matteo 24,37-39
(37): Genesi 10,5
(38): Genesi 10,32
(39): Genesi 11,1-9
(40): Genesi 13,14-16
(41): Genesi 17,3-7
(42): Genesi 17,17
(43): Genesi Capitoli 25 al 36
(44): Genesi 25,21
(45): Esodo 1,6-7
(46): Esodo 1,8-16
(47): Storia di Mosè: Libri del Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio
(48): Atti 7,23-25
(49): Atti 7,25-29
(50): Esodo 3,1
(51): Esodo 3,7-12
(52): Esodo 20,1-17
(53): Catechismo della Chiesa Cattolica N° 2056, 2057, 2064, 2066 e 2072
(54): Giosuè, capitoli 3 al 7
(55): Giudici 10,6-16
(56): 1 Samuele 8,4-9
(57): 1 Samuele 14,47-48
(58): 2 Samuele 7,8-16
(59): 1 Re 12,21-24
(60): 1 Re 12,26-32
(61): Levitico 26,15-33
(62): Levitico 26,44-45
(63): Ezechiele 36,24-28
(64): Geremia 4,4
(65): Isaia 65,17; cf. Apocalisse 21,1

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