Contempladores

La piena vita cristiana

Parte Prima: l'Origine Della Vita Cristiana.

Capitolo 2: Il Compimento Del Proposito Di Dio.

Introduzione.

Parte Prima: L'origine della Vita Cristiana. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 1: Il proposito di Dio per l'uomo.
   Capitolo 2: Il Compimento del proposito di Dio.
   Capitolo 3: Dio non abbandona l'uomo: L'Antico Testamento.
   Capitolo 4: La Salvezza per Gesù Cristo.

Parte Seconda: Fondamenti della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Redenzione Oggettiva e Soggettiva.
   Capitolo 2: Gli effetti della Grazia Santificante.
   Capitolo 3: L'Azione della Ragione nell'uomo.
   Capitolo 4: L'Azione della Grazia nell'uomo.
   Capitolo 5: La Santità nella terra.
   Capitolo 6: La Gloria nel Cielo. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 7: I Fenomeni Mistici straordinari. Nuovo - Traduzione Completa

Parte Terza: I mezzi di crescita della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: L'Aspetto Negativo della Crescita Spirituale.
   Capitolo 2: La crescita per i Sacramenti cristiani. Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 3: La crescita per il Merito e l'Orazione.
   Capitolo 4: La parte della Vergine Maria nella santificazione degli uomini.
   Nuovo - Traduzione Completa
   Capitolo 5: La devozione al Sacro Cuore di Gesù come mezzo di santificazione.
   Nuovo - Traduzione Completa

Parte Cuarta: Lo svilluppo della Vita Cristiana.
   Capitolo 1: La Vita spirituale al Modo Umano.
   Capitolo 2: La Vita spirituale al Modo Divino.

La Creazione

Abbiamo visto nel capitolo anteriore quale è stato il proposito eterno di Dio per creare l'uomo ed il mondo dove abiterebbe. Abbordare il tema della creazione del cosmo e dell'umanità implica penetrare nel fondamento stesso della realizzazione pratica dei propositi di Dio; il Catechismo della Chiesa Cattolica c'introduce magnificamente in questo tema capitale per cominciare a comprendere la radice della piena vita cristiana:

"La questione delle origini del mondo e dell'uomo è oggetto di numerose ricerche scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sull'età e le dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull'apparizione del l'uomo. Tali scoperte ci invitano ad una sempre maggiore ammirazione per la grandezza del Creatore, e a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l'intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori.

Il grande interesse, di cui sono oggetto queste ricerche, è fortemente stimolato da una questione di altro ordine, che oltrepassa il campo proprio delle scienze naturali. Non si tratta soltanto di sapere quando e come sia sorto materialmente il cosmo, né quando sia apparso l'uomo, quanto piuttosto di scoprire quale sia il senso di tale origine: se cioè sia governata dal caso, da un destino cieco, da una necessità anonima, oppure da un Essere trascendente, intelligente e buono, chiamato Dio. E se il mondo proviene dalla sapienza e dalla bontà di Dio, perché il male? Da dove viene? Chi ne è responsabile? C'è una liberazione da esso?

Fin dagli inizi, la fede cristiana è stata messa a confronto con risposte diverse dalla sua circa la questione delle origini. Infatti, nelle religioni e nelle culture antiche si trovano numerosi miti riguardanti le origini. Certi filosofi hanno affermato che tutto è Dio, che il mondo è Dio, o che il divenire del mondo è il divenire di Dio (panteismo); altri hanno detto che il mondo è una emanazione necessaria di Dio, che scaturisce da questa sorgente e ad essa ritorna; altri ancora hanno sostenuto l'esistenza di due princìpi eterni, il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre, in continuo conflitto (dualismo, manicheismo); secondo alcune di queste concezioni, il mondo (almeno il mondo materiale) sarebbe cattivo, prodotto di un decadimento, e quindi da respingere o oltrepassare (gnosi); altri ammettono che il mondo sia stato fatto da Dio, ma alla maniera di un orologiaio che, una volta fatto, l'avrebbe abbandonato a se stesso(deismo); altri infine non ammettono alcuna origine trascendente del mondo, ma vedono in esso il puro gioco di una materia che sarebbe sempre esistita (materialismo). Tutti questi tentativi di spiegazione stanno a testimoniare la persistenza e l'universalità del problema delle origini. Questa ricerca è propria dell'uomo." (8)

Vedremo allora quale è la risposta che dà la Rivelazione di Dio attraverso la Bibbia, secondo la dottrina della Chiesa Cattolica.

Il primo atto di Dio per portare a termine il suo proposito fu quello della creazione. Pertanto la creazione cominciò un giorno, non è eterna. E possiamo domandarci: dove si trovava Dio prima che tutto fosse creato? Non si trovava in nessuna parte, perché non c'erano cose; lo spazio è il posto delle cose, le quali appena esisterono quando Dio decise, nel suo amore, che così fosse. Dio esiste in sé stesso, ed ha tutto in sé stesso, e vedemmo già che crea solo perché vuole condividere la sua vita.
E come ci racconta nel principio della Bibbia il Libro del Genesi, Dio creó al mondo, ed infine alla creatura "alla sua immagine e somiglianza" che era destinata a ricevere tutto il suo amore: l'uomo.

L'azione creativa di Dio, secondo la Rivelazione della Bibbia, implica richiamare all'esistenza al mondo e gli uomini, cioè, fare dal niente. Qui si apprezza in tutta la sua grandezza l'amore disinteressato di Dio che nella creazione si manifesta come il supremo donatore Il Concilio Vaticano I proclama chiaramente questa verità di fede cattolica che proviene dall'inizio dal Magistero della Chiesa:

"Questo unico Dio vero, nella sua bontà ed onnipotente virtù, non per aumentare la sua gloria, né per acquisirla, bensì per manifestare pienamente la sua perfezione mediante i beni che distribuisce alle creature, con decisione pienamente libera, 'simultaneamente dall'inizio del tempo tirò fuori dal niente una ed altra creatura, la spirituale e la corporale, cioè, l'angelica e la materiale, e dopo la creatura umana, come partecipe di una ed altra, essendo costituita di spirito e di corpo' (Concilio Lateranense IV)" (9)

Dio non cerca, pertanto, nell'opera della creazione, niente che potesse mancargli, poiché Egli è l'Essere totalmente ed infinitamente perfetto, e cerca soltanto, in una decisione pienamente libera e sovrana, fare partecipare agli uomini in modo reale, benché limitato e parziale, della sua propria perfezione.

Per chi possa leggere la storia biblica della Creazione degli uomini con un sguardo semplicemente umano, esiste il pericolo di prenderla come una favola per bambini, un racconto infantile molto semplice, e, se, inoltre, si cerca di renderla compatibile con le teorie scientifiche sull'evoluzione dell'universo o dell'uomo, il risultato più sicuro è che si lascerà da parte la sua lettura o si rifiuterà come qualcosa che già oggi, nell'epoca che viviamo, non ha nessuna appoggiatura scientifica né maggiore interesse.

Ma se invece si legge in forma "spirituale", cioè, già vivendo la vita cristiana, almeno nei suoi inizi, come vedremo più avanti, sarà possibile penetrare poco a poco nel mistero che rinchiudono quelli racconti apparentemente tanto semplici.

Il fatto è che, lasciando da parte i dettagli biblici della creazione, descritti nei tre primi capitoli del Genesi, che sono conosciuti in generale per tutti, tentiamo di contemplare al primo uomo ed alla prima donna, prototipi della razza umana, vivendo in un luogo chiamato Paradiso.
La prima cosa che richiama l'attenzione è la familiarità e semplicità della sua relazione con Dio, che era possibile perché, come dice la Bibbia, Dio disse creando l'uomo "facciamo all'uomo alla nostra immagine e somiglianza" (10), e così fu come lo creó, per compiere il suo proposito eterno. La creatura si trovava in una perfetta armonia con la natura che la circondava e col suo Creatore.

Chè cosa significa questa immagine e somiglianza dell'uomo rispetto a Dio, il suo Creatore? Il dizionario ci dice che immagine è la figura o rappresentazione di una cosa, cioè, è una specie di copia di un prototipo originale; e la caratteristica di simile implica che qualcosa somiglia ad una persona o cosa. Pertanto la combinazione di queste due espressioni ci permette di dire che l'uomo fu creato per essere come Dio, per somigliare il più possibile a Lui, per condividere la sua stessa vita divina, senza essere Dio per essenza.

In chè caratteristiche dell'uomo troviamo questa immagine e somiglianza di Dio? Alcune sono di tipo esterno, come il fatto che l'uomo è stato destinato per Dio a comandare sulla Creazione, come lo rivela il Genesi:
“Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». (11)

Altre caratteristiche riguardano alla natura dell'essere dell'uomo: la principale è che l'uomo, a differenza delle cose e gli animali, possiede un'anima, con facoltà spirituali, cioè, non materiali, che la caratterizzano, che sono l'intelletto e la volontà. Queste facoltà permettono all'uomo prendere decisioni morali, cioè, che vanno d’accordo con la regola delle buone abitudini umane, permettendole che si relazioni con le altre persone secondo questa maniera.

Ma la capacità maggiore dell'uomo per assomigliarsi a Dio radica nella sua disposizione, unica tra le creature di Dio, di ricevere nella sua anima qualcosa che non appartiene alla sua propria natura, e che per quel motivo si dice che lo riceve in forma soprannaturale; è una partecipazione reale ed effettiva della stessa vita di Dio, un germe di vita divina innestato nell'anima destinato a crescere, che riceve il nome di grazia santificante.
Dio gli diede, attraverso la grazia, un dono, un regalo, qualcosa di soprannaturale, che non aveva l'uomo nella sua natura creata, che è quello che gli permette di avere una partecipazione della natura divina.
Di questa maniera l'uomo viveva in piena armonia con Dio, nel luogo tanto speciale dove si svolgeva quella relazione intima del Creatore con la sua creatura, il Paradiso, godendo di un stato che i teologi denominano di giustizia originale.

Anche la vita nel Paradiso dei primi uomini si caratterizzava per una felicità incomparabile, dovuto ad altri doni soprannaturali che avevano ricevuto da Dio, che li aveva destinati a non conoscere il dolore e la sofferenza, a non morire, ad avere una conoscenza infusa, data per Dio stesso, di molte verità naturali e soprannaturali, ed ad avere, mediante il chiamato dono di integrità, un dominio perfetto sulle tendenze sensitive che si oppongono alle riflessioni dell'intelletto ed alle risoluzioni della volontà.

Così rimane più o meno chiaro il senso dell'immagine e somiglianza dell'uomo con Dio, e per adesso prendiamo solamente queste caratteristiche come un enunciato, poiché più avanti si svilupperanno in forma dettagliata per la sua migliore comprensione.

Un autore spirituale definisce così quelli primi uomini:
"I primi uomini erano un principio, erano gioventù, ma erano pieni di gloria. Se entrassero nello stesso luogo in cui stessimo noi, non potremmo sopportarlo. Ci risulterebbe annichilarmente chiaro che piccoli, che confusi e che brutti siamo. Grideremmo loro: Andate via, affinché non dobbiamo vergognarci tanto! Non avevano rottura nella sua natura; erano poderosi di spirito; chiari di cuore; risplendentemente belli. In essi c’era l'immagine di Dio; ma questo vuole dire anche che Dio si manifestava in essi. Come dovette rifulgere la sua gloria in tutti loro!” (12)

Il peccato e la caduta dell'uomo.

È in questo contesto che appena contemplavamo che si produsse l'atto più grave e funesto nella storia dell'uomo, e che, ancora oggi, continua a ripetersi giorno per giorno: il peccato.
È cruciale per tutto cattolico potere avere chiaro in che cosa consiste il peccato, soprattutto in un'epoca in cui tutto quello che si consume comincia ad essere "light", ed anche la nozione di peccato non scappa da essere attenuata, alleggerita e fatta digeribile in qualche modo. Se perfino il vocabolo stesso, "peccato", suscita in generale sorrisi ironici e sguardi equivoci, che cercano di ubicarlo tra le cose passate di moda, appartenenti ad altre epoche, e che sono state cancellate per la cultura "moderna", nel suo permissivismo sempre di più assoluto!

C'aiuterà anche una lettura attenta del passo che descrive il primo peccato degli uomini, chiamato "peccato originale":
“Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.” (13)

Non rimaniamo solo con la descrizione, bensì cerchiamo la profondità dei simboli che si presentano in questo passo fondamentale della Bibbia. I personaggi che troviamo sono: Dio, Adamo ed Eva, come prototipi dei primi uomini creati, ed il serpente. In questo animale, tanto nella Bibbia (14), come nella Tradizione della Chiesa (15), si vede a Satana o il Diavolo, essere di natura angelica che si è allontanato da Dio respingendolo in forma irrevocabile.

L'uomo e la donna ascoltano tanto la voce di Dio come quella di Satana. Dio aveva detto loro:
“Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti.” (16)

Cioè, Dio aveva dato loro un mandato, qualcosa che dovevano compiere. Più avanti, man mano che trascorra la storia dell'uomo, e che Dio gli continui a parlare attraverso altri uomini che sono abilitati come i suoi strumenti per ricevere le sue parole e rovesciarli per iscritto o proclamarli a viva voce (chiamati scrittori sacri o profeti), il Creatore continuerà a dare diversi comandamenti agli uomini.

Quale è il senso di questi mandati? Chè Dio si senta bene perché gli uomini obbediscono a quello che chiede loro? Chè Dio veda soddisfatte, a modo di capricci, tutte le cose che gli vengono in mente per sottomettere l'uomo all'arbitrato della sua volontà? No, di nessuna maniera è così. Queste sarebbero le ragioni umane che potrebbe avere un uomo molto poderoso e dispotico nella terra. Tutto quello che Dio chiede all'uomo che faccia è per il suo proprio bene, per la sua felicità, ed affinché possa riuscire a raggiungere l'obiettivo per il quale, con moltissimo amore, l'ha creato. Ma vedemmo già che Dio creó all'uomo alla sua immagine e somiglianza, ed uno dei tratti di questa immagine di Dio, che paragona all'uomo al suo Creatore, è la libertà.

Questa facoltà gli permette all’essere umano di operare in un modo o nell'altro, per la sua propria elezione. Ma teniamo in conto qualcosa di importante: per potere esercitare la libertà, bisogna avere la possibilità di scegliere tra una cosa ed un'altra. Perché diciamo che un carcerato che si trova in prigione è privato della sua libertà? Perché non può scegliere di rimanere dentro alla cella o fuori d’essa.

Magnificamente ci presenta la Bibbia questa realtà:
“Il Signore odia ogni abominio, esso non è voluto da chi teme Dio. Egli da principio creò l'uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l'essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e 'acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.” (17)

Il fuoco e l'acqua rappresentano qui le opzioni; l'uomo porterà liberamente la sua mano dove voglia, e le conseguenze saranno molto diverse secondo sia la sua elezione. È per questo che Dio permette che gli uomini ascoltino un'altra voce, molto differente alla sua, quella di Satana, o l'Avversario. Questo angelo caduto, appartato da Dio, pieno di odio verso il suo Creatore, ha un unico proposito: allontanare gli uomini dal fine per il quale sono stati creati per Dio, ostacolando che arrivino a compierlo.
Pertanto, il primo peccato dell'uomo, anche chiamato "peccato originale", ebbe il suo fondamento in un abuso della sua libertà, alimentato per la tentazione. Così lo definisce il Catechismo:

“L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore [Cf Gen 3,1-11 ] e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo [Cf Rm 5,19 ]. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.” (18)

Per compiere il suo funesto proposito, Satana utilizza un arma molto sottile chiamata la tentazione. Questa si sviluppa in distinte tappe che vediamo chiaramente nel passo del Genesi che stiamo prendendo come riferimento: il tentatore si avvicina, cominciando la conversazione, basata in menzogne mascherate: “Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino”, (1° menzogna); “Non morirete affatto” (2° menzogna); “diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (3° menzogna).

A partire da questa serie di bugie, presenta il Diavolo un panorama seducente, opposto a quello di Dio, ma apparentemente migliore, tentando di ottenere per l'inganno la decisione libera e volontaria dell'uomo alla sua proposta. Se questa si produce, sorgerà allora quello che chiamiamo peccato, che risulta allora chiaro che consiste in una disubbidienza a quello che ci chiede Dio affinché otteniamo il bene supremo di arrivare ad essere come Egli, vivendo e condividendo eternamente la sua propria vita.

A chè cosa ricorre la tentazione per riuscire la sua commissione? Al desiderio dell'uomo di essere come Dio per i suoi propri mezzi e cammini, e non secondo la maniera in che Dio vuole che l'ottenga. Questo è quello che si conosce come superbia, che etimológicamente significa "essere sull'essere", cioè, essere onnipotente, non dipendere da nessuno.

In questo troviamo precisamente il maggiore nonsenso del peccato: Dio vuole elevare l'uomo affinché viva la sua stessa vita, a che sia "come" Egli, e per questo motivo vuole guidarlo per un cammino sicuro che lo porterà ad ottenere questo fine ultimo. Ma l'uomo disattende questa chiamata, perché egli vuole "essere come Dio", ma attraverso i suoi propri cammini, che possono portarlo in realtà a perdere la possibilità di raggiungere quella fine.

Nell'origine di ogni peccato umano troviamo sempre questi componenti: non ascoltare a Dio, disubbidendolo; lasciarsi portare per la tentazione (che a quella proveniente di Satana, come la visse il primo uomo, si unirà dopo la caduta per il peccato originale un'altra tentazione che viene dell'interno stesso dell'anima, chiamata la concupiscenza), volendo essere "come Dio" per superbia, considerandosi autosufficiente e non dipendendo dal suo Creatore.
L'atteggiamento di superbia esiste sempre nella disubbidienza a Dio, perché implica sentirsi al di sopra di Lui, non dovendo compiere cioè quello che gli chiede, non avendo bisogno di Dio.

San Paolo esprime con chiarezza il suo concetto del peccato:
"In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili." (19)

Vediamo il commento su questa Parola di un autore spirituale moderno:
"L'oggetto primario della riprovazione divina l'identifica San Paolo con l'empietà ("asebeia" in greco). Questa empietà consiste nella negativa a glorificare e rendere grazie a Dio. In altre parole, nella negativa a riconoscere a Dio come Dio, e non tributarle la considerazione che gli è dovuta. Consiste, potremmo dire, in 'ignorare' a Dio, dove ignorare non significa tanto 'non sapere che esiste' quanto 'fare come se non esistesse.' Ridotto al suo nucleo germinale, il peccato è negare questo 'riconoscimento'; è il tentativo, da parte della creatura, di cancellare, per propria iniziativa, quasi con prepotenza, la differenza infinita che ci è tra lei e Dio. È qualcosa di molto più oscuro e terribile di quello che l'uomo può immaginare o dire.
Questa negativa ha preso corpo, concretamente, nell'idolatria, dove si adora la creatura invece del Creatore. Nell'idolatria, l'uomo non 'accetta' a Dio, ma si fabbrica un Dio, egli è chi decide per Dio, non alla rovescia. Le parti si investono: l'uomo si trasforma nel vasaio e Dio nel vaso che egli modella come gli piace."
(20)

È molto chiara la conclusione che qui si evidenzia: il peccato muta totalmente la relazione che deve esistere tra Dio e la sua creatura; vedremo di seguito le terribili conseguenze nell'umanità che produce questa situazione "più oscura e terribile di quello che l'uomo può immaginare o dire."

Le conseguenze del peccato.

A causa del peccato si produce un fatto che cambia radicalmente la situazione dell'uomo dopo essere stato creato: la creatura di Dio perde lo stato di giustizia originale per trovarsi nello stato peccaminoso. Questo è esemplificato nella Bibbia con l'espulsione dell'uomo del Paradiso:

"All'uomo disse: "Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!". Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto." (21)

L'essere umano perde la grazia santificante che aveva ricevuto ed i doni che ella implicava. Ma la cosa più aggravante di questa situazione è che il primo essere umano (uomo e donna), aveva ricevuto tutti quelli benefici soprannaturali per lui e per la sua discendenza.
Pertanto l'essenza di quello che produce il peccato originale nell'uomo è la caduta in disgrazia (perdita della grazia), situazione che si trasmetterà a tutta la discendenza umana.

L'uomo rimane ferito nella sua stessa natura razionale, e dovrà lottare permanentemente contro la sua tendenza, spinta per la tentazione, di volere stabilire per sé stesso la legge morale, in forma indipendente del suo Creatore, o, peggiore ancora, contro lo stesso.

Il "albero della scienza del bene e del male" rappresenta il limite che l'uomo non può varcare nella sua relazione con Dio. Solo Dio è la Verità e la Bontà assolute, il Legislatore Supremo, di chi deriva ogni legge nel mondo creato, ed in particolare le leggi della natura umana. Come conseguenza, quando l'uomo vuole decidere per sé stesso quello che è il bene e quello che è il male, sta occupando il posto di Dio.

A partire dal peccato originale, l'uomo destinato ad essere immortale, a non patire sofferenze né dolori, ed avere un'intelligenza rischiarata per conoscere la verità, comincerà un transito per una vita in cui "dovrà guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte", e la morte farà la sua entrata nella storia dell'umanità. Sorgerà allora sulla terra quella terribile realtà che gli uomini denominano genericamente il “male".

Dice il ricordato Papa Giovanni Paolo II:
“Dobbiamo affrontare innanzitutto il tema del peccato, questa realtà oscura diffusa nel mondo creato da Dio, che è alla radice di tutto il male nell’uomo e si può dire nel creato.(22)

Che cosa è il male? In principio la risposta che dà il cristianesimo a questa domanda è diversa a quella di altre tradizioni religiose. Secondo la Rivelazione, il male non è qualcosa creato per Dio, poiché tutto quello creato da Lui è buono, come lo testimonia la Bibbia nel racconto dei sei giorni della creazione, che finisce sempre con la stessa frase: "E Dio vide che era cosa buona" (23).

Sant’Agostino definì il male come la "assenza di bene"; quando non si pratica il bene (situazioni di peccato), si dà luogo a che appaia il male. Può darsi un esempio semplice per capire questo concetto: succede come con la luce e l'oscurità; quella che esiste è la luce, non l'oscurità. L'oscurità è mancanza di luce. Se c'è luce non posso portare oscurità in una valigia e metterla nel suo posto; l'oscurità appare solo quando la luce sparisce, quando è coperta o spenta. Allo stesso modo, se tutto fosse bene, il male sparirebbe, non esisterebbe.

Giovanni Paolo II sosteneva questa dottrina con molta enfasi:

“Così dunque la realtà della sofferenza provoca l'interrogativo sull'essenza del male: che cosa è il male? Questo interrogativo sembra, in un certo senso, inseparabile dal tema della sofferenza. La risposta cristiana ad esso è diversa da quella che viene data da alcune tradizioni culturali e religiose, le quali ritengono che l'esistenza sia un male, dal quale bisogna liberarsi. Il cristianesimo proclama l'essenziale bene dell'esistenza e il bene di ciò che esiste, professa la bontà del Creatore e proclama il bene delle creature. L'uomo soffre a causa del male, che è una certa mancanza, limitazione o distorsione del bene. Si potrebbe dire che l'uomo soffre a motivo di un bene al quale egli non partecipa, dal quale viene, in un certo senso, tagliato fuori, o del quale egli stesso si è privato.” (24)

Il male fa soffrire l'uomo, come un'esclusione del bene, ed è conseguenza del peccato, già sia proprio o altrui. Il male si estende come conseguenza della peccaminosità che si manifesta negli uomini, che produce conseguenze che già San Paolo descriveva con molta crudezza:

“Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia.”
(25)

Pensiamo che questa situazione, scritta quasi 2000 anni fa, continua ad essere una realtà spaventosa nel mondo, alla quale nessuno può sottrarsi.

Dobbiamo anche tenere in conto qualcosa di fondamentale: il peccato ha influenza su tutti, poiché non esiste il peccato con conseguenze solamente individuali o personali. Anche Giovanni Paolo II parlò chiaramente delle conseguenze del peccato personale, che vanno oltre quello che lo commette:

“Il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e non propriamente di un gruppo o di una comunità. Quest'uomo può essere condizionato, premuto, spinto da non pochi né lievi fattori esterni, come anche può essere soggetto a tendenze, tare, abitudini legate alla sua condizione personale. In non pochi casi tali fattori esterni e interni possono attenuare, in maggiore o minore misura, la sua libertà e, quindi, la sua responsabilità e colpevolezza. Ma è una verità di fede, confermata anche dalla nostra esperienza e ragione, che la persona umana è libera. Non si può ignorare questa verità, per scaricare su realtà esterne - le strutture, i sistemi, gli altri - il peccato dei singoli. Oltretutto, sarebbe questo un cancellare la dignità e la libertà della persona, che si rivelano - sia pure negativamente e disastrosamente - anche in tale responsabilità per il peccato commesso. Perciò, in ogni uomo non c'è nulla di tanto personale e intrasferibile quanto il merito della virtù o la responsabilità della colpa.
Atto della persona, il peccato ha le sue prime e più importanti conseguenze nel peccatore stesso: cioè, nella relazione di questi con Dio, che è il fondamento stesso della vita umana; nel suo spirito, indebolendone la volontà e oscurandone l'intelligenza...
Parlare di peccato sociale vuol dire, anzitutto, riconoscere che, in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri. E', questa, l'altra faccia di quella solidarietà che, a livello religioso, si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che «ogni anima che si eleva, eleva il mondo». A questa legge dell'ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione del peccato, per cui un'anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. In altri termini, non c'è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull'intera famiglia umana.”
(26)

Così appare qualcosa che in sé stesso è un gran mistero, ed è la sofferenza dell'innocente. Molti soffrono, non per il suo proprio peccato, bensì per il peccato che li circonda nel mondo. Il Concilio Vaticano II richiamò molto concretamente l'attenzione su questo tema:

“Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso.
Inoltre tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Mentre guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l'onore del Creatore.”
(27)

Abbiamo così espresse le conseguenze del peccato originale che ancora noi sperimentiamo oggi dolorosamente, e che a molti fa addirittura mettere in questione a Dio, e che può in alcuni casi arrivare alla negazione stessa del Creatore. Tuttavia, quando si penetra nella verità del peccato, non solo si vede che è colpa dell'uomo, ma la Bibbia ci permette affacciarsi ad un concetto inaudito: la sofferenza di Dio per il peccato degli uomini.
Vediamo quello che spiega al riguardo un gran scrittore spirituale e predicatore contemporaneo:

"Uno dei motivi che più ha contribuito nello spirito umano a questo rifiuto del Padre è il dolore degli innocenti. Si dice: Non possiamo accettare ad un Dio che permette il dolore di tanti bambini innocenti! E se si cerca di farle vedere che anche Gesù ha sofferto, allora rispondono: Precisamente Gesù è il nostro principale argomento! Perché ha dovuto soffrire anche egli? Lui, almeno, è sicuro che era innocente! In fondo del risentimento umano verso Dio Padre troviamo, dunque, la sofferenza del mondo, il fatto che egli, –l’uomo- soffre, e Dio no; che il Figlio ha sofferto, mentre il Padre rimaneva impassibile. Per quel motivo, con l'aiuto dello Spirito, vogliamo cercare di illuminare questo fatto. E soprattutto, rispetto all'atteggiamento del Padre davanti alla sofferenza in generale.
Quando la Bibbia entrò in contatto con la filosofia, quello che maggiore scandalo causò furono le ‘passioni’ di Dio, il fatto che il Dio della Bibbia ‘soffrisse’. In effetto, leggiamo nell'Antico Testamento, che a Dio ‘gli pesò nel cuore’ (Genesi 6,6), che fu ‘arrabbiato’ nel deserto (Salmi 78,40). E non si tratta solo di poche frasi scelte. Tutta la Bibbia è piena, di principio a fine, di una specie di lamento afflitto di Dio, che si esprime in quello grido: ‘Popolo mio, chè cosa ti feci, in chè cosa ti disturbai? Rispondimi’ (Michea 6,3). La ragione profonda di questo lamento è l'amore del Padre tradito: ‘Figli ho allevato ed educato, ed essi si sono ribellati contro me’ (Isaia 1,2). Ma Dio non si affligge per sé, come se gli mancasse qualcosa; si affligge per l'uomo che, di quella maniera, si perde. Si affligge, dunque, per puro amore. La Bibbia non ha paura di tirare fuori alla luce una certa ‘impotenza’ di Dio, causata per il suo amore all'uomo. Gli uomini fanno di tutto per provocare a Dio coi suoi idoli e la sua ribellione; in giustizia, Dio dovrebbe distruggerli, tuttavia assistiamo ad un dibattito, ad un certo dramma, in Dio stesso, rivelato per queste parole pronunciate attraverso Osea: “Come farei a lasciarti, o Efraim? Come farei a darti in mano altrui, o Israele? Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono. Io non sfogherò la mia ira ardente” (Osea 11,8-9)
Certamente le parole ‘passione’, ‘sofferenza’, applicate a Dio, hanno un significato analogico, differente al che hanno nell'ambito umano. In Lui si tratta di una sofferenza infinitamente libera, non sottomessa a nessuna necessità o fatto, che non distrugge gli altri attributi divini, ma li conferma, anche se noi non vediamo come. Una radicale incapacità per soffrire, al contrario, costituirebbe, per Dio, -indicavanoalcuni Padri antichi-, una limitazione e sarebbe un segno di libertà mancata. Dio può anche, se vuole, soffrire, e, dato che ama, lo vuole. La passione di Dio è segno di una sovranità e potere infiniti, non meno che le altre perfezioni sue.”
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Aiutati per la Parola di Dio e per il Magistero della Chiesa abbiamo potuto penetrare nella realtà del peccato, nel suo concetto e le sue conseguenze. Abbiamo presente che il peccato che si evidenzia, in molti casi porta conseguenze personali dirette sul peccatore, quando si trasgrediscono le leggi del diritto umano, come succede col furto, la violenza e gli assassini, le violazioni, le truffe, la tratta di bianche, la prostituzione e la pornografia infantile, il traffico di droghe ed altri delitti penati per la legge.

Quando il peccato rimane nascosto, non trascende, o non è penalizzato per le leggi del mondo, che sono sempre di più permissive in tanti casi, ricorrendo ad eccessi come la libertà ad oltranza delle persone, o allla non discriminazione senza limite di certi individui per la società, rimane, tuttavia, una pena interna, che in ultima istanza affronta l'uomo con Dio, benché sia credente o no, ed è quella che produce la chiamata voce della coscienza.

Questa situazione di fronte a Dio ed ai suoi comandamenti non sarà possibile di evitare nelle sue conseguenze, come molte volte possono evitarsi le leggi umane e le sue punizioni. Questo lo vedremo in dettaglio in un altro capitolo, quando tratteremo quello che dovrà affrontare l'uomo nella sua anima immortale dopo che trasponga quella soglia tanto temuta che separa la vita dalla morte fisica.

In quanto alle conseguenze del peccato altrui, quello che chiamiamo la sofferenza dell'innocente, questo rappresenta qualcosa di molto più complesso e misterioso, poiché Dio, sebbene non è chi lo produce, come già lo vedemmo, in molti casi lo permette, cioè, non agisce per evitarlo, e sa tirare fuori di lui un bene, rappresentato per conversioni di vita, per pentimento di mali commessi, ed anche per espiazioni volontarie a beneficio di altri. Tutte queste situazioni vanno unite direttamente al senso della Redenzione degli uomini ottenuta per Gesù Cristo attraverso la croce, che analizzeremo un po' più avanti.

La perdita del senso del peccato.

Un altro aspetto importante riferito al tema del peccato nella nostra epoca è la perdita che ha sofferto in generale nella società moderna il senso del peccato. Il Papa Giovanni Paolo II ha approfondito questo tema, in quanto a che cosa è quello che si denomina senso del peccato e quali sono i principali motivi affinché questo succeda oggi in una forma chiara. Vediamo quello che ci dice attraverso la sua autorizzata parola:

"Dal Vangelo letto nella comunione ecclesiale la coscienza cristiana ha acquisito, lungo il corso delle generazioni, una fine sensibilità e un'acuta percezione dei fermenti di morte, che sono contenuti nel peccato. Sensibilità e capacità di percezione anche per individuare tali fermenti nelle mille forme assunte dal peccato, nei mille volti sotto i quali esso si presenta. E' ciò che si suol chiamare il senso del peccato.
Questo senso ha la sua radice nella coscienza morale dell'uomo e ne è come il termometro. E' legato al senso di Dio, giacché deriva dal rapporto consapevole che l'uomo ha con Dio come suo creatore, Signore e Padre. Perciò, come non si può cancellare completamente il senso di Dio né spegnere la coscienza, così non si cancella mai completamente il senso del peccato.
Eppure, non di rado nella storia, per periodi di tempo più o meno lunghi e sotto l'influsso di molteplici fattori, succede che viene gravemente oscurata la coscienza morale in molti uomini. "Abbiamo noi un'idea giusta della coscienza"? - domandavo due anni fa in un colloquio con i fedeli -. "Non vive l'uomo contemporaneo sotto la minaccia di un'eclissi della coscienza? di una deformazione della coscienza? di un intorpidimento o di un'"anestesia" delle coscienze?". Troppi segni indicano che nel nostro tempo esiste una tale eclissi...
Il "secolarismo", il quale, per la sua stessa natura e definizione, è un movimento di idee e di costumi che propugna un umanesimo che astrae totalmente da Dio, tutto concentrato nel culto del fare e del produrre e travolto nell'ebbrezza del consumo e del piacere, senza preoccupazione per il pericolo di "perdere la propria anima", non può non minare il senso del peccato. Quest'ultimo si ridurrà tutt'al più a ciò che offende l'uomo.
Svanisce questo senso del peccato nella società contemporanea anche per gli equivoci in cui si cade nell'apprendere certi risultati delle scienze umane. Così in base a talune affermazioni della psicologia, la preoccupazione di non colpevolizzare o di non porre freni alla libertà, porta a non riconoscere mai una mancanza. Per un'indebita estrapolazione dei criteri della scienza sociologica si finisce - come ho già accennato - con lo scaricare sulla società tutte le colpe, di cui l'individuo vien dichiarato innocente.
La perdita del senso del peccato, dunque, è una forma o un frutto della negazione di Dio: non solo di quella ateistica, ma anche di quella secolaristica. Se il peccato è l'interruzione del rapporto filiale con Dio per portare la propria esistenza fuori dell'obbedienza a lui, allora peccare non è soltanto negare Dio; peccare è anche vivere come se egli non esistesse, è cancellarlo dal proprio quotidiano. Ristabilire il giusto senso del peccato è la prima forma per affrontare la grave crisi spirituale incombente sull'uomo del nostro tempo."
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La crisi di estrema gravità che colpisce l'uomo moderno nella sua esistenza di multiple forme, include questa perdita del senso del peccato. Come affrontarla?
È rimasto chiaro che il peccato si evidenzia sempre in relazione a Dio, specialmente quando l'uomo confronta le sue azioni ed atteggiamenti con l'amore e la misericordia di Dio.

Se l'uomo recuperasse l’esperienza profonda nel suo spirito dell'amore travolgente della Santissima Trinità verso lui, la sua creatura, che si traduce nella misericordia infinita del Padre, nell'amicizia senza restrizioni e redentrice del Figlio incarnato in Gesù Cristo, e nell'azione interna di guida verso la verità dello Spirito Santo, sarebbe immediata la sua avversione fino all'orrore verso il peccato, perché non vivrebbe oramai come se Dio non esistesse, ma Dio farebbe parte integrante della sua esistenza giornaliera.

Questo detto sopra può essere ottenuto di un'unica maniera, che è vivendo sempre più profondamente la piena vita cristiana, ed è l'obiettivo di questo libro tentare di chiarificare in chè cosa consiste e come si vive questa vita nuova e soprannaturale che è dono di Dio.


PARTE PRIMA:


I Riferimenti al Capitolo 2:

(8): Catechismo della Chiesa Cattolica, N° 283, 284 e 285
(9): Concilio Vaticano I, Const. "Dei Filius", Cap. 1
(10): Genesi 1,26
(11): Genesi 1,28
(12): Romano Guardini, "Meditazioni Teologiche", "Il principio delle cose", Cap. V
(13): Genesi 3,1-7
(14): Sapienza 2,24; Giovanni 8,44; Apoc. 12,9; Apoc. 20,2
(15): Catechismo della Chiesa Cattolica, 1992, N° 391: Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, [Cf Gen 3,1-5 ] la quale, per invidia, li fa cadere nella morte [Cf Sap 2,24 ]. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo [Cf Gv 8,44; 391 Ap 12,9 ]. La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. "Diabolus enim et alii dÍmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali - Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi" [Concilio Lateranense IV (anno 1215)
(16): Genesi 2,16-17
(17): Siracide 15,13-17
(18): Catechismo della Chiesa Cattolica, N° 397
(19): Rom. 1,18.21-23
(20): Raniero Cantalamessa: "La Vita nella Signoria di Cristo", Cap. II
(21): Genesi 3,17-19.23
(22): Giovanni Paolo II, Catechesi sul Peccato e Redenzione, 27/08/1986
(23): Genesi 1,10; 1,12; 1,21; 1,25; 1,31
(24): Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica "Salvifici Doloris", N° 7
(25): Rom. 1,24-31
(26): Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica "Reconciliato et Paenitentia", N° 16
(27): Concilio Vaticano II, Costituzione "Gaudium et Spes", N° 27
(28): Raniero Cantalamessa, "La vita nella Signoria di Cristo", Cap VI
(29): Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica "Reconciliato et Paenitentia", N1 18

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